Alghero, pagata in nero e presa a schiaffi dal titolare
Il racconto di una cassiera che pretendeva i contributi e minacciava di denunciare il datore di lavoro: «Ora so cosa significa avere paura ed essere umiliata»
di Luigi Soriga
ALGHERO. Sonia non ha l’aria di essere un’incassatrice. Forse perché la vita l’ha già strapazzata come un sacco da boxe, e soprattutto perché ha un fisico così fragile che sembra fatto di porcellana. Lo schiaffo non l’ha visto partire, è arrivato sulla guancia inaspettato. «Ho sentito un bruciore, poi il timpano che mi pulsava, e infine si è spenta la luce». La sventola le ha girato la faccia dall’altra parte, dove ad aspettarla c’era una trave in legno del bar. E’ lì che l’interruttore per un attimo si è spento. Poi le immagini si fanno confuse, dei turisti inglesi che la sorreggono, la polizia che fa domande, e poi i medici del pronto soccorso che la visitano. Venti giorni di prognosi si legge nel referto: ma per assorbire quello schiaffo ci vorrà molto più tempo, perché non si è fermato alla superficie di una guancia, ma è andato molto più in profondità, e quello che non smette di f bruciare come carne viva, ora è la dignità.
Sonia ha 42 anni, capelli biondi e ricci, parla piano e a volume basso, come se dovesse pesare ogni parola prima di lasciarla andare. Ha il collare, è imbottita di tranquillanti, piange all’improvviso, poi sorride, gira lo sguardo al rallenty. «Mi fanno sorridere le donne che scendono per strada con gli striscioni Se non ora quando. Tra loro forse c’erano anche le mie amiche. Tutte insieme come pecore a gridare per i diritti delle donne. E a me, quando ho avuto bisogno di una persona che mi chiedesse Sonia come stai, cosa ti è successo, mi hanno trattata come un’appestata. Sola come un cane». Piange: «E’ assurdo. Ho diverse amiche, eppure questa è la prima volta che racconto per filo e per segno la mia storia e come mi sento. E lo faccio davanti a un taccuino, una penna e a uno sconosciuto». In verità poi racconterà tutto anche all’avvocato Elias Vacca e a un agente di polizia. «Credo che sia importante far sapere cosa provi una donna che subisce violenza. Si parla tanto di femminicidio: io ora so cosa significhi avere paura ed essere umiliata».
Faceva la cassiera in un locale al centro di Alghero, aveva accettato di lavorare a patto di essere assicurata. L’anno prima aveva prestato servizio, nello stesso posto ma in nero, dopodiché era disoccupata da diversi mesi. «Quello stipendio mi serviva per vivere». Così se ogni tanto gli occhi dell’anziano datore di lavoro strisciavano su di lei come bava di lumache, Sonia ci passava sopra. «Capitava che mentre mi parlava appoggiasse la mano sopra la mia, o facesse degli apprezzamenti fuori luogo sui miei vestiti. Ma era così con tutte le altre, nonostante avesse una compagna. Il suo atteggiamento era fastidioso, ma il confine del rispetto non è rigido, e purtroppo viene ridisegnato a seconda della persona che hai di fronte e delle situazioni. E a un porco conclamato si perdonano comportamenti che ad un altro varrebbero uno schiaffo». Però poi per gli altri resti la donna che ha voluto quel posto da cassiera e quegli sguardi su di sè, che sapevi a cosa andavi incontro, che hai accettato i compromessi. «La compagna del mio datore era convinta che io lo provocassi. Mi odiava. C’era un clima insopportabile». Passa il mese di maggio, poi ai primi di giugno è il momento della busta paga: «Mi accorgo che le cose erano ben diverse da quelle pattuite. Non c’erano contributi, ancora una volta mi ritrovavo a lavorare in nero». Sonia e il datore litigano, lei fa capire di aver tutta l’intenzione di far valere i propri diritti, a costo di chiamare l’ispettorato del lavoro. Poi la settimana scorsa decide di mollare tutto e di chiedere ciò che le spetta. «Ho preso le mie cose, e ho raggiunto il titolare e la compagna nel bar di fronte. Eccoti le chiavi, dammi i miei soldi perché io me ne vado». Volano gli insulti, le accuse reciproche. «Tu non ti meriti nulla», dice lui. «Allora perché mi hai richiamato e mi hai voluto a tutti i costi?», risponde lei. La compagna del titolare aggrotta le sopracciglia, lui sbianca. E lì che fa partire lo schiaffo. «Io mi sono sentita e mi sento ancora uno schifo. E tutto questo solo per rivendicare un diritto e la retribuzione che mi spettava. I contributi non sono un gentile omaggio solo per chi fa la brava bambina e sta zitta. Me li devi dare perché lo dice la legge. Solo che per una donna è così difficile far sentire la propria voce, perché una donna che si ribella merita di essere presa a schiaffi». Piange ancora. E’ davvero difficile risollevarsi da certi ko della vita.
1 commento:
Anonimo19:19E' una bruttissima storia delle nuove realtà, dove questo infame datore di lavoro non è altri che l'esecutore del sistema, creato dalla politica infame.