domenica 24 ottobre 2010

GIUSTO PER FARE UN PO' DI CHIAREZZA, CONTROINFORMANDO!


Furia francese nella UE. Il collasso della sicurezza sociale: i lavoratori francesi e il programma neoliberista “Lavorare di più per guadagnare di meno”
24 ottobre 2010 | Autore: Carmen Gallus | Stampa questo articolo
di Diana Johnstone

fonte: Global Research, 22 ottobre 2010

I francesi sono di nuovo in sciopero, bloccano i trasporti, mettono a fuoco le strade, e tutto ciò solo perché il governo vuole innalzare l’età pensionabile da 60 a 62 anni. Devono essere pazzi.
Questo, suppongo, è il modo in cui è visto il movimento in corso in Francia in gran parte del mondo, e soprattutto nel mondo anglo-sassone.

Forse la prima cosa che deve essere detta a proposito degli scioperi di massa in corso in Francia è che in realtà non sono per “l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni”. Questa è una semplificazione propagandistica di questioni in realtà molto più complesse, che permette ai commentatori di spalancare delle porte già aperte. Dopo tutto, essi osservano saggiamente, in altri paesi le persone lavorano fino a 65 o oltre, quindi perché i francesi dovrebbero protestare per i 62? La popolazione sta invecchiando, e se l’età della pensione non aumenta, il sistema pensionistico andrà in rovina.


Tuttavia, il movimento di protesta in corso non è per “l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni”. Si tratta di molto di più.

Per prima cosa, questo movimento è frutto dell’esasperazione contro il governo di Nicolas Sarkozy, che favorisce palesemente i super-ricchi a scapito della maggioranza dei lavoratori. E’ stato eletto con lo slogan “Lavorare di più per guadagnare di più”, ma la realtà si rivela essere “lavorare di più per guadagnare di meno”. Il ministro del Lavoro che ha introdotto la riforma, Eric Woerth, ha ottenuto un lavoro per la moglie nello staff della donna più ricca di Francia, Liliane Bettencourt, l’erede del gigante dei cosmetici Oreal, mentre, da ministro del bilancio, ne copriva la massiccia evasione fiscale. Mentre i benefici fiscali per l’aiuto ai ricchi vuotano le casse pubbliche, questo governo sta facendo tutto il possibile per abbattere l’intero sistema di sicurezza sociale costruito dopo la seconda guerra mondiale con il pretesto che “non possiamo permettercelo”.

Il problema dell’ anzianità è molto più complessa dell’”età della pensione”.

La pensione dipende dal numero di anni di lavoro, o per essere più precisi, dall’ammontare dei contributi versati nel regime pensionistico comune. Per “salvare il sistema dalla bancarotta”, il governo sta aumentando gradualmente il numero di anni di contributi da 40 a 43 anni, con la prospettiva di un’ulteriore allungamento in futuro.

Dato che l’istruzione si prolunga, e l’occupazione inizia più tardi, per avere una pensione completa la maggior parte delle persone dovrà lavorare fino a 65 o 67 anni. Una “pensione completa” arriva a circa il 40 per cento del salario al momento del pensionamento.

Ma anche così, può non essere possibile. Offerte di lavoro a tempo pieno sono sempre più difficili da ottenere, e i datori di lavoro non necessariamente vogliono tenere i lavoratori più anziani. O accade che l’impresa cessa l’attività e il lavoratore di 58 anni si ritrova senza lavoro in modo permanente. Sta diventando sempre più difficile lavorare a tempo pieno con un lavoro stipendiato per oltre 40 anni, per quanto lo si voglia. Così, in pratica, la riforma Sarkozy-Woerth significa semplicemente ridurre le pensioni.

Che, di fatto, è ciò che l’Unione europea ha raccomandato a tutti gli Stati membri come misura per ridurre i costi sociali in nome della “competitività” – motivazione ricorrente nella maggior parte delle riforme in corso, volte ad attrarre capitali d’investimento.

I lavoratori meno qualificati, che invece di studiare a lungo sono entrati nel mondo del lavoro giovani, diciamo a diciotto anni di età, potranno aver contribuito al regime per 42 anni a 60 anni, se davvero riescono a rimanuere impiegati per tutto quel tempo. Le statistiche mostrano che la loro aspettativa di vita è relativamente breve, quindi hanno bisogno di ritirarsi presto per poter godere di una qualche pensione.

Il sistema francese si basa sulla solidarietà tra generazioni, in quanto i contributi dei lavoratori di oggi vanno a pagare le pensioni dei pensionati di oggi. Il governo ha provato sottilmente a mettere una generazione contro l’altra, sostenendo che è necessario tutelare il futuro dei giovani di oggi, che stanno pagando i “baby pensionati”. E ‘quindi estremamente significativo che in questa settimana, studenti liceali e universitari siano massicciamente entrati nel movimento di sciopero e di protesta. Questa solidarietà tra le generazioni è un duro colpo per il governo.

I giovani sono anche molto più radicali dei sindacalisti più anziani. Sono molto consapevoli della crescente difficoltà di costruirsi una carriera. La tendenza per il personale qualificato è di entrare nel mondo del lavoro sempre più tardi, dopo anni passati a ricevere un’istruzione. Con la difficoltà di trovare un’occupazione stabile a tempo pieno, molti dipendono dai loro genitori fino all’età di 30 anni. Basta la semplice aritmetica per vedere che in questo caso, non vi sarà alcuna pensione completa fino a dopo i 70 anni.

Produttività e deindustrializzazione

Come è ormai una pratica standard, gli autori delle riforme neo-liberiste le presentano non come scelte ma come necessità. Non ci sono alternative. Dobbiamo competere sul mercato globale. Faremo così o andremo in rovina. E questa riforma è stata sostanzialmente dettata dall’Unione europea, in un rapporto del 2003, in cui si arriva alla conclusione che far lavorare la gente più a lungo è necessario per tagliare i costi pensionistici.

Questi dettami impediscono qualsiasi discussione sui due fattori fondamentali alla base del problema delle pensioni: la produttività e la deindustrializzazione.

Jean-Luc Mélenchon, l’ex socialista uomo di partito che guida il relativamente nuovo Partito della Sinistra, è praticamente l’unico leader politico a sottolineare che, anche se ci sono meno lavoratori che versano contributi ai regimi pensionistici, la differenza può essere costituita dalla crescita della produttività. Infatti, la produttività del lavoratore francese è tra le più alte al mondo (superiore a quella della Germania, per esempio). Inoltre, sebbene la Francia ha la seconda più lunga aspettativa di vita in Europa, ha anche il più alto tasso di natalità. E anche se i jobholders sono meno, a causa della disoccupazione, la ricchezza che producono dovrebbero essere sufficiente a mantenere i livelli di pensione.

Ah, ma qui sta l’inghippo: per decenni, mentre la produttività aumenta, i salari ristagnano. I profitti deerivati dall’aumento della produttività sono dirottati verso il settore finanziario. La bolla del settore finanziario e la stagnazione del potere d’acquisto hanno portato alla crisi finanziaria – e il governo ha mantenuto lo squilibrio col salvataggio dei finanzieri disonesti.

Quindi, logicamente, per preservare il sistema pensionistico basterebbe fondamentalmente un aumento dei salari che tenesse conto della maggiore produttività – un cambiamento di politica molto importante.

Ma c’è un’altra criticità legata al tema delle pensioni: la deindustrializzazione. Al fine di mantenere gli alti profitti drenati dal settore finanziario, ed evitare di pagare salari più alti, un settore dopo l’altro ha trasferito la propria produzione nei paesi dove il lavoro è a basso costo. Aziende redditizie chiudono e il capitale va in cerca di profitti ancora più elevati.

È questo il solo inevitabile risultato delle potenze industriali emergenti in Asia? L’abbassamento degli standard di vita in Occidente è inevitabile a causa della loro risalita in Oriente?

Forse. Tuttavia, se spostando la produzione industriale in Cina si finisce per abbassare il potere d’acquisto in Occidente, allora anche le esportazioni cinesi ne soffriranno. La Cina si sta apprestando a rafforzare il proprio mercato nazionale. La crescita “export-led” non può essere una strategia per tutti. La prosperità mondiale dipende in realtà dal rafforzamento sia della produzione nazionale che dei mercati nazionali. Ma questo richiede una sorta di deliberata politica industriale che è vietata dalle burocrazie della globalizzazione: l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Unione europea. Operano sui dogmi del “vantaggio comparato” e della “libera concorrenza”. Per motivi di libero commercio, la Cina sta subendo le sanzioni per la promozione della propria industria dell’energia solare, necessità vitale per porre fine all’inquinamento mortale dell’aria che affligge questo paese. L’economia mondiale viene trattata come un grande “game”, in cui seguire le “regole del libero mercato” è più importante dell’ambiente o delle necessità vitali di base degli esseri umani.

Impasse?

Dove andremo a finire?

Si dovrebbe arrivare a qualcosa di simile a una rivoluzione democratica: una completa revisione della politica economica. Ma ci sono ragioni molto forti per cui questo non accadrà.

Per prima cosa, non c’è una leadership politica in Francia pronta e in grado di guidare un movimento veramente radicale. Mélenchon ci si avvicina di più, ma il suo partito è nuovo e la sua base è ancora ristretta. La sinistra radicale è paralizzata dal suo settarismo cronico. E c’è una grande confusione tra la gente in rivolta, senza programmi chiari e senza dirigenti.

I sindacalisti sono ben consapevoli che i dipendenti perdono un giorno di paga per ogni giorno di sciopero, e in realtà sono sempre ansiosi di trovare il modo di porre fine a uno sciopero. Solo gli studenti non soffrono di tali limitazioni. I sindacalisti e i dirigenti del Partito Socialista non chiedono niente di più drastico se non di aprire dei negoziati col governo sui dettagli della riforma. Se Sarkozy non fosse così testardo, il governo potrebbe fare qualche concessione per riportare la calma senza cambiare molto.

Ci vorrebbe la miracolosa comparsa di nuovi leader per portare avanti il movimento.

Ma anche se questo dovesse accadere, c’è un ostacolo ancor più formidabile al cambiamento: l’Unione europea. L’UE, costruito sul sogno popolare di una pacifica e prospera Europa unita, si è trasformata in un meccanismo di controllo economico e sociale per conto del capitale, e in particolare del capitale finanziario. Inoltre, è legata ad una potente alleanza militare, la NATO.

Se lasciata a se stessa, la Francia potrebbe anche sperimentare un sistema economico più equo socialmente. Ma l’UE è lì proprio per prevenire tali esperimenti.

Attitudini Anglo-Sassoni

Il 19 ottobre, il canale TV francese France 24 ha trasmesso una discussione sugli scioperi tra quattro osservatori non-francesi. La donna portoghese e l’uomo indiano sembravano cercare, con discreto successo, di capire cosa stava succedendo. Al contrario, i due anglo-americani (il corrispondente a Parigi della rivista Time e Stephen Clarke, autore di 1000 Years of Annoying the French) si sono divertiti a dimostrare la propria auto-compiaciuta incapacità di capire il paese di cui scrivono per vivere.

La loro spiegazione è semplice e veloce: “I francesi hanno sempre in corso degli scioperi, per divertimento, perché gli piace.”

Un po’ più avanti nel programma il moderatore ha mandato una breve intervista con uno studente di liceo che ha fatto dei seri commenti sulla questione delle pensioni. Forse che questo ha fatto riflettere gli anglosassoni?

La risposta è stata istantanea. Che tristezza vedere un giovane di 18 anni che si preoccupa delle pensioni, quando dovrebbe pensare alle ragazze!

Quindi, che lo facciano per divertimento, o che lo facciano perché non sanno divertirsi, i francesi sono comunque assurdi per gli anglo-americani, abituati come sono a raccontare al mondo intero ciò che dovrebbe fare.

Diana Johnstone è l’autore di Fools Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions.

Nessun commento: