QUANDO LA DIPENDENZA DALL’EFFIMERO SI ANTEPONE AI BISOGNI
PRIMATI
Il pane è cibo primordiale. E’ il nutrimento per
eccellenza e vita esso stesso. Il suo significato non si può limitare al solo
valore alimentare, ma va ben oltre, toccando tutti i momenti più importanti
della vita dell’individuo e della comunità, fino a diventare simbolo di fede o
mezzo magico, per evocare i fantasmi e le paure, l’angoscia e la solitudine
dell’umanità. E solo mangiandolo l’uomo può lenire la propria sofferenza!
Il famoso detto “pane al pane e vino al vino” é un'
espressione con la quale si vuole evidenziare il lodevole comportamento di chi,
in ogni circostanza, sa esprimere, con franchezza e senza timori reverenziali
verso qualcuno, il proprio parere positivo o negativo.
“Pane al pane e vino al vino”, sono parole fondamentali,
dotate di una potente carica semantica, utilizzate come metafore e figure
letterarie, come modelli delle verità più immediate, dei significati più
profondi e più elementari. Per il fatto di essere tra i più antichi segni umani
della terra, il pane e il vino diventano simboli della nostra stessa identità.”
Così, il prof. Cusumano ha spiegato come questi frutti di una storia e di una
cultura millenaria siano congiunti alla radice sia sul piano alimentare che su
quello linguistico e ha riportato ampie e interessanti esemplificazioni
documentate nella letteratura orale e popolare e nei riti e negli usi
tradizionali.
Per tutto questo, diciamo ancora «pane al pane e vino al
vino», per chiamare le cose con il loro nome, per restituire, in un tempo
difficile e confuso, significato e valore alle parole, per ritrovare il senso
vero e profondo della realtà che rischiamo di perdere, abbagliati dallo
sfavillio dell’effimero che oggi abita le nostre vite.
Il cibo, come il sesso e poche altre cose, sono in grado
di procurarci quell’innocuo e rigenerante “piacere” che ci pone nella
posizione, un gradino più in alto, nella scalata che tentiamo di compiere per
il raggiungimento della felicità. Ma oggi il cibo e il sesso, come ogni altra
cosa, che siano emozioni, aspirazioni, atmosfere o passioni, verità o bellezza,
giustizia o libertà, non sono che orpelli – gli elementi dissonanti e
caricaturali di una società che ha trasfigurato la sua originaria vocazione, in
una messinscena carnevalesca, volgare, deprimente e chiassosa.
Quale stupido può ancora credere che sia la fame di pane
a ricompattare le masse occidentali consumiste e accendere rivolte e sommosse
contro il Sistema Bestia che, giorno dopo giorno, a vampirizzato le nostre vite
e oscurato il futuro dei nostri figli? Non è forse più plausibile e
drammaticamente reale, pensare (visto il livello di omologazione e di
dipendenza), che l’inevitabile e imminente ribellione sociale sarà scandita al
grido di “prendeteci tutto - ma non il cellulare, ridateci le fabbriche - non
fateci zappare”?.
Oggi tutto è anacronistico, fuori luogo, equiparabile e
relativizzabile. Per tanto, il pane ed il vino della modernità (lontani
dall’essere assunti a parametri di riferimento e di comparazione dei nostri
bisogni essenziali), non hanno più valore di un abbonamento a Sky, di un derby
calcistico, di una crema anti rughe, di una ricarica telefonica, di un reality,
di un condizionatore o di un aperitivo al bar.
Ogni cosa che rotea in questo grottesco Luna Park delle
illusioni (un paese dei balocchi progettato da Satana in persona), è l’esatto
contrario di come dovrebbe essere. E così, il pane non è il pane e il vino, un
intruglio chimico dagli effetti inquietanti. Ogni cosa è un’altra cosa,
manipolata, filtrata e contraffatta dall’ingegnosa opera di multinazionali
criminali, che per facilità di applicazione e mero profitto, hanno anteposto la
forma al contenuto e la licenza alla libertà. Niente oggi, ha più sapore,
odore, calore e colore!! Tutto è piatto e neutro come il grafico delle nostre
emozioni e della nostra conoscenza delle cose. Nessun atto d’amore è
contemplato nel Mercato del Grande Malfattore, ma solo brama di ricchezza e di
potere, volti alla soddisfazione di vizio e perversione.
La rabbia dei giovani, che presto esploderà in tutta la
sua potenza e violenza, non sarà, dunque, relativa alla richiesta dei beni
essenziali, ma degli effimeri. Un caso unico per eccezionalità nella storia
dell’uomo ma un classico del relativismo, dove ogni cosa è lecita e, le
attenuanti soggettive, vengono sdoganate come supremo atto di libertà.
Oggi nessuno sa zappare, seminare, raccogliere, accendere
un fuoco, cacciare, riconoscere le piante e le loro proprietà. Nessuno sa
interpretare i segnali provenienti dalla natura. L’uomo moderno è privo di ogni
tipo di intraprendenza e non è assolutamente in grado di potersi adattare ad
avvenimenti catastrofici di portata planetaria. Tutto quello che rimane, siamo
certi che sia cultura? Certo che no!! Solo arido, meccanico apprendimento, fine
a se stesso - pensieri geneticamente modificati (PGM) da un meccanismo di
contraffazione e da un’opera di mistificazione che, in questo modo, li ha resi
sterili e quindi improduttivi.
La vera cultura, all’opposto, è un manuale di
sopravvivenza, pratica, morale e spirituale che, nell’ indipendenza, autonomia,
e nell’autosufficienza, conforta le ragioni dell’esistere e della libertà di
scelta.
Per tutti questi motivi, l’uomo monco di questo secolo
nefasto, soccomberà, schiacciato dal peso della sua ottusità, ignoranza e
stupidità, mettendo così fine alla sua apparizione sul pianeta terra.
"L’orto è una grande metafora della vita
spirituale”, scrive Enzo Bianchi nel suo libro “Il pane di ieri”. E continua,
“anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata,
richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta,
difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra
vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di
attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella
custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo."
Gianni Tirelli
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