LA
VITTIMA E IL CARNEFICE
Ciò
che definiamo metaforicamente il “Diavolo” si inquadra in un’entità priva di
qualsiasi forma di volontà, risultato ultimo di una mutazione indotta dalla
degenerazione della coscienza individuale, che al valore etico della verità e
alla passione intellettuale volta al suo conseguimento, ha sostituito
l’inettitudine, la paura, il dubbio e la mercificazione della dignità!
Nelle
nostre società “moderne”, ci sono sempre più individui che pur di scansare ogni
fatica fisica, morale e psicologica, si adattano al peggio, tradendo così ogni
vero sentimento umano, di amore e di valori. In questo modo, imparano a mentire
e a fingere (sia con gli altri che a se stessi) in una sorta di commedia
dell’assurdo che si propone di contrastare e placare un pungente disagio
psico/somatizzante, prodotto da una paura esistenziale paranoide e dall’intima
vergogna, relativa a un’auto stima ai minimi termini - fino a confondere, in
seguito, la realtà con la commedia. Le attenuanti, poi, intervengono come
elementi dopanti di deresponsabilizzazione e sistematica maldicenza, accusando
gli altri di essere la vera causa dei nostri problemi e fallimenti!
In
molti casi, una tale condizione, innesca una sorta di particolare sindrome di
Stoccolma, rivisitata in chiave sociale e applicata ad un perverso rapporto di
coppia. In questo modo, si condivide e si partecipa alla follia dell’altro per
non impazzire, condividendone i lati più oscuri e schizofrenici e assecondando
supinamente ogni sua scelta e malato desiderio. In questo caso, la vittima
viene assimilata e risucchiata gradualmente, all’interno della personalità del
carnefice, fino a divenirne lei stessa, parte integrante e dominante.
Il
caso Olindo e Rosa, benché estremo, rappresenta al meglio la condizione di
traghettamento delle personalità sopra da me descritto. Sono entrambi vittime,
e carnefici allo stesso tempo. Non
esiste alcun sentimento d’amore che li leghi, ma solo un profondo e reciproco
odio e disprezzo. Il collante di questa unione è relativo ad una solitudine
incommensurabile foriera di autodistruzione - uno stato di profonda angoscia e
di paura, che ne caratterizzano la profonda debolezza psichica, umana e morale
di entrambi. E’ il classico “rapporto salva vita”, intriso di incongruenze, contraddizioni,
assurdi ed ossimori, venendo a mancare il quale, i due soggetti sono
predestinati al suicidio.
E’ la
vittima esausta e rassegnata, impotente di fronte al dolore, che cerca conforto
fra le braccia del proprio carnefice, accettando incondizionatamente il suo
volere e annuendo ad ogni sua conclusione e decisione. Ma la strategia
dell’abbandono totale fra le fauci del carnefice, funziona solo in parte.
Questo perché, nella vittima, persiste a volere vivere una residua
consapevolezza, che alimenta il tormento indotto dai sensi di colpa e dalla
frustrazione da fallimento.
La
stessa vittima, è carnefice della propria dignità, autostima e volontà,
sacrificate a fronte di una pace illusoria, che ha la stessa durata del
ragionamento che l’ha formulata. Uno stato di liberazione, da sempre agognato e
mai acquisito.
E’ la
paura, in una tale circostanza, a dettare le regole del gioco e per tanto, ogni
scelta non fa che peggiorare una tale condizione relegando l’individuo
“vittima”, in una sorta di prigione mentale che condizionerà i sui
atteggiamenti e comportamenti, e senza alcuna via di uscita.
Una
condizione del genere, può protrarsi nel tempo fino a quando, superato il
naturale e logico limite di sopportazione, esploderà in tutta la sua violenza e
virulenza per degenerare in tragedia.
A
questo punto, il soggetto in causa, si trova di fronte a tre opzioni:
a)
Optare per il suicidio come liberazione dal tormento.
b)
Rifugiarsi nella follia come estrema condizione di vita.
c)
Mettersi al servizio del maligno,
incondizionatamente, rinunciando per sempre alla propria coscienza e
individualità.
Oggi,
la terza di queste scelte estreme
(la c) è la più gettonata, a dimostrazione di un mondo in balia della
distruzione sistematica dell’ambiente, della morale e di ogni principio etico.
La
fine dell’umanità, quindi, è un dato certo, incontrovertibile e ragionevolmente
auspicabile.
“Un
essere umano, è parte dell'INTERO che chiamiamo Universo; una parte limitata
nel tempo e nello spazio. Ha un' esperienza di sé, dei suoi pensieri e
sentimenti come fosse separato dal resto; una sorta di illusione ottica della
sua coscienza. Questa illusione è per noi come una prigione, che ci limita ai
nostri desideri personali e all'affetto per le poche persone che ci sono
vicine.
“Il nostro
compito è di liberarci da questa prigione, ampliando la nostra cerchia di
compassione per includere ogni creatura vivente e l'intera natura nella sua
bellezza”. Albert Einstein
Gianni
Tirelli
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