mercoledì 13 febbraio 2013

Il centrosinistra, le scuole private. E il tabù della legge Berlinguer


Il centrosinistra, le scuole private. E il tabù della legge Berlinguer

Articolo pubblicato il 12 febbraio 2013
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scuola privata
A dieci anni dalle leggi con cui lo Stato ha aperto al privato sociale e istituito la cosiddetta scuola paritaria, il bilancio è sconfortante per tutto il sistema scolastico. L’unica scuola privata rimasta nel nostro Paese è quella statale, appunto privata del necessario. Una marea di soldi, sotto le forme più varie – dai contributi del ministero ai buoni scuola regionali, dai finanziamenti di province e comuni alle esenzioni fiscali, dalle donazioni esentasse alla compressione degli stipendi del personale, dai privilegi ai trattamenti di favore e alla mancanza di controlli – si è riversata nelle casse delle scuole cattoliche
Ciò nonostante, il centrosinistra in questa campagna elettorale ha molte difficoltà a dire: niente più soldi alle private. Questo benché sia evidente che è difficile reperire i fondi per far ripartire la scuola (e non solo la scuola).
Perché è così difficile dire una cosa tanto ovvia? Credo che all’origine di questa specie di tabù ci sia la “legge Berlinguer” del Duemila
((“Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”) che ha equiparato le scuole pubbliche e quelle “paritarie private”.
Senza la cancellazione (o la revisione) della “legge Berlinguer”, che peraltro confligge con l’art. 33 comma 3 della Costituzione, non è possibile negare i fondi alle scuole pubbliche: il che comporta quantomeno un giudizio sull’operato del ministro Berlinguer.
Le opere di misericordia del ministro Berlinguer sono iniziate con una prima pietosa boccata d’ossigeno della legge n. 285 del 28 agosto 1997, “Disposizioni per la promozione dei diritti e delle opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”. Il primo governo Prodi, con Luigi Berlinguer alla Pubblica Istruzione, avviò la collaborazione sistematica dello Stato col privato sociale e naturalmente non mancarono di approfittare della “promozione” e di cogliere “diritti” e “opportunità” particolarmente le istituzioni cattoliche che trovarono modo di riposizionarsi e ricostruire gradatamente su nuove basi la loro clientela a partire dalle scuole dell’infanzia.
Nell’impossibilità di staccare il respiratore a metà dell’opra, una seconda vigorosa boccata di ossigeno giunse col misericordioso governo D’Alema e con la legge proposta sempre dal ministro Luigi Berlinguer, la n. 62 del 10 marzo 2000, la quale regolamentava la “parità scolastica” e soprattutto stanziava ogni anno 535 milioni di euro da destinare alle scuole cosiddette paritarie. È proprio vero dunque che la provvidenza esiste e che può servirsi, per realizzare i suoi imperscrutabili disegni, dei mezzi più curiosi e impensati, quali appunto i governi di centro “sinistra” o addirittura un ministro “comunista”.
In secondo luogo, la parificazione delle scuole private ha un suo fondamento nella deformazione della riforma del Titolo Quinto della Costituzione, ossia nel principio di sussidiarietà previsto dal primo comma dell’art. 118: «Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza». Tutto nasce su un equivoco sul termine “sussidiarietà” È chiaro che la sussidiarietà di cui si parla è quella verticale, e che il suo significato non è in realtà equivocabile: le prestazioni verso i cittadini devono essere effettuati dall’organo dello Stato ai cittadini più prossimo, se possibile da Province o Comuni.
Ma il diavolo si nasconde nei dettagli, e perciò, la sussidiarietà intesa in senso orizzontale (con enti privati associazioni del territorio), affermatasi di fatto più che di diritto, conduce poi per contro al fatto che che il settore pubblico si astenga dall’effettuare prestazioni che possono essere effettuate dal “privato”.
Chi combatte i finanziamenti alle scuole private non può non avere presente che, dopo la legge Berlinguer, anche questa tendenza alla sussidiarietà orizzontale va contrastata.
Ma la natura lobbistica delle scuola private cattoliche, al tempo stesse gelose e intransigenti nel difendere le prerogative del “privato”, e in prima fila – spesso con cospicui supporti di “doping elettorale” – nell’intrigarsi all’interno della gestione della cosa pubblica, ha portato alla cessione di ampie fasce della scuola di base al sistema privato (ma a spese degli enti locali, dunque del “pubblico”).
Giova ricordare che una delle branche di Comunione e Liberazione è la “Fondazione per la sussidiarietà” fondata nel 2002 e presieduta da Giorgio Vittadini, già presidente della Compagnia delle Opere e consulente dell’ex ministro Gelmini sulla valutazione.
Ma forse non si può chiedere alla politica di sanare perchè le ragioni profonde della sopravvivenza dei ruderi della scuola cattolica risiedono proprio nel mercato della politica.
La Chiesa possiede un’ideologia insieme forte e flessibile, e una secolare promiscuità col potere, a cui partiti di plastica e dottrine rozze quanto raggelanti possono avidamente abbeverarsi. La chiesa riesce ancora su alcuni temi a orientare settori ampi di opinione pubblica e a controllare serbatoi consistenti di voti. Da qui la corte spietata e le continue genuflessioni di atei e devoti al Vaticano. E Si sa, i voti delle lobby cattoliche fanno gola a tutti, sia a quelli che le lobby ce le hanno in casa, sia chi ha aperto la porta per farle entrare.
E lo “sciopero” dei vescovi fa sicuramente più paura dello sciopero degli insegnanti.
Marina Spinetti

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