UNA CARNEFICINA DI LIBERTA’
«Quando il mondo classico sarà esaurito,
quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando non ci
saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso
inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita»
P.P. Pasolini (1962)
Dobbiamo
prima di ogni cosa capire un dato, per sapere che tutte le tecnologie ludiche e
domestiche che interagiscono con la nostra quotidianità, condizionandone i
comportamenti e omologandoli alle ragioni del Sistema Bestia, non sono che le
varianti relative alla ricerca spaziale e alla produzione di ordigni bellici di
distruzione di massa. Da ciò possiamo trarne le debite conclusioni, sulla bontà
o meno della loro applicazione sulla società.
E’
doveroso poi sapere, che ricavi più sostanziosi del Liberismo derivano
esclusivamente dalla distruzione, dalla violazione e profanazione
dell’ambiente, dell’etica, della morale e del buon senso. I costi necessari per
l’attuazione di un ipotetico piano di bonifica globale, al fine di ripristinare
l’originale stato di cose depurando il territorio, le acque e l’atmosfera da
ogni contaminazione e intrusione di natura industriale, si contano
incalcolabili, rendendo impraticabile ogni supposta strategia di finanziamento.
Le cause di morte e di invalidità,
riconducibili all’uso disinvolto della tecnologia liberista e relative alle sue
controindicazioni ed effetti collaterali (che siano armi, industrie chimiche,
dell’acciaio, dell’alluminio, del carbone ecc..), si annoverano nel numero di
centinaia di milioni l’anno nel mondo, a tal punto da rendere le 60 milioni di
vittime prodotte dalla seconda guerra mondiale (9 milioni la prima), le prove
prima del debutto di quel piano di sterminio programmato dell’umanità,
architettato a tavolino dal Sistema Potere in questi ultimi decenni.
“Inventare un oggetto tecnico, una sostanza
tecnica, fisica, fisico-chimica, significa inventare un incidente specifico.
Per esempio, quando si è inventato il treno, si è inventato un mezzo che
permetteva d’andare più veloci ma, nel medesimo tempo, si è inventato la
catastrofe ferroviaria. L’invenzione del battello è l’invenzione del naufragio,
l’invenzione dell’elettricità è l’invenzione della fulminazione. Questo aspetto
negativo della tecnoscienza è stato censurato. La “tecnocrazia liberista”
accetta di vedere solo la positività del suo oggetto e dissimula senza posa
l’incidente”. P.Virilio, La
macchina che vede (1998) pagg.189-190
E per
avere un dato più rispondente alla realtà, dovremmo chiedere a quel miliardo e
cinquecento milioni di denutriti, quali benefici il Liberismo abbia prodotto
nell’arco della loro esistenza.
Dovremmo chiederlo a tutti i civili iracheni,
libici, afgani e iraniani, e di tutte le guerre moderne, dilaniati dalle bombe
intelligenti, dall’uranio impoverito, dal fosforo e armi
batteriologiche.
Dovremmo chiederlo a tutte quelle persone sacrificate
sull’altare del progresso, devastate dall’amianto, dalla diossina, dai
pesticidi, diserbanti, metalli pesanti e affini e, da un inquinamento endemico,
che miete sistematicamente sempre più nuove vittime.
Dovremmo chiederlo ai
bambini abusati, seviziati e mercificati in tutto il mondo – ai corpi senza un
nome, espiantati dai loro organi - ai trentamila bambini che muoiono ogni
giorno nel mondo, per malnutrizione e altrettanti per mancanza d’acqua
potabile. A quelli affetti dall’Aids e dalla Lebbra, ai piccoli migranti finiti
in fondo al mare, ai bambini sfruttati, abusati, espiantati, ai bambini
combattenti – ai neonati affetti da patologie tumorali indotte dall’amianto,
dalla diossina e dai policlorobifenili, e una moltitudine di adolescenti
devastati dalle droghe, dall’alcol, dagli psicofarmaci e da un’infinita lista
di malattie neurologiche - bambini anoressici, bulimici, celiaci, vittime di
messaggi mediatici deliranti ed altri ancora, asserviti alle ingannevoli
seduzioni e lusinghe di un Liberismo inanimato
Dovremmo chiederlo alle vittime di Chernobyl
e ai loro familiari, ai morti per droga, per incidenti stradali; ai morti sul
lavoro, ai clandestini in fondo al mare.
Dovremmo chiederlo agli ebrei dei
forni crematori, ai giapponesi di Hiroschima e Nagasaki, e a tutte le vittime
dell’industria bellica, dell’industria chimica, dell’industria della menzogna.
Se il mondo in cui oggi viviamo, è meglio di
quello passato, dovremmo chiederlo all’acqua, all’aria, agli alberi, ai pesci e
agli uccelli Dovremmo chiederlo alla notte, al silenzio, alla compassione, alla
felicità e alla bellezza – chiederlo alla speranza e al sentimento di
solidarietà.
Nel frattempo la NASA sta buttando alle
ortiche miliardi di dollari per un viaggetto su Marte: il pianeta rosso del
tutto ostile, ma assolutamente da colonizzare.
A fronte
di questa carneficina sistematica, riesce difficile solo sospettare che il
Liberismo abbia prodotto un qualche vantaggio e beneficio alla società!
Inoltre, il Sistema, non è in grado di
smaltire milioni di tonnellate di scorie e rifiuti tossici che ogni giorno e
incessantemente, rigurgita sull’epidermide del pianeta. I costi poi, relativi
alla sua manutenzione, ordinaria e straordinaria, sono talmente esorbitanti e
sconcertanti (incommensurabili) da vanificarne ogni reale profitto e progetto
futuro sostenibile.
E tutto questo, è l’effetto nefasto di una
licenza mascherata, sdoganata come diritto e trasfigurata in libertà.
Liberi, lo eravamo già, da millenni! Liberi
dalla complessità canaglia e schiavista di queste società del consumo ad
libitum, che ha obnubilato e omologato ogni coscienza e capacità critica. Liberi
dalla monnezza e dai rifiuti tossici, dalle scie chimiche, dalla contaminazione
delle acque, liberi di vivere, di scegliere e di sognare. Liberi di morire!
Le bestie siamo noi!! E noi stessi quel
Sistema che oggi demonizziamo e abiuriamo al pari di un infernale sortilegio!
Noi che con i nostri comportamenti dissennati abbiamo resa possibile
quest’opera di contaminazione, in curanti degli effetti nefasti sul futuro
delle generazioni a venire - noi, avviluppati al tepore sinistro del nostro
egoismo e di una comodità invalidante. Noi che oggi, sul baratro del
precipizio, persistiamo nel non volere affrontare le nostre oggettive
responsabilità e colpe, accanendoci su una Bestia invertebrata e subdola che
noi stessi abbiamo partorito. Noi che ancora una volta, anteponiamo le parole
all’azione e le attenuanti alla necessaria rinuncia – noi i veri cospiratori,
noi i complottisti, che ci assolviamo da ogni onere, per puntare il dito contro
quell’immaginario nemico che in verità siamo noi stessi.
Abbiamo troppo spesso concesso degli alibi
alla disperazione che nasce dal sentimento di dover lottare contro un nemico
troppo potente.
In effetti, non si tratta di affrontare quel
che uccide, ma di battersi per vivere meglio. Esiste una violenza della vita
che è insopprimibile e che conosce l’arte di evitare, di aggirare, di
annientare la violenza mortifera.
Dovremmo imparare a scommettere sulla nostra
creatività per affondare un sistema che si distrugge minacciandoci di
distruzione. Quando avremo capito che il desiderio di una vita diversa è già
quella vita, smetteremo di cadere nella trappola dei dualismi intellettuali –
bene e male, riformismo e radicalismo, ottimismo e pessimismo, che ci distolgono
dai nostri veri problemi. La disperazione è oggi, insieme alla paura, l’arma
più efficace per il totalitarismo mercantile. Questo è ormai arrivato a rendere
redditizia la speranza facendo quotidianamente della verità, del suo declino,
una verità universale che incita a una saggia rassegnazione. Meglio
accontentarsi di un oggi miserabile, dal momento, che il domani sarà peggiore.
Uscire dalla crisi e dalla merda del
Liberismo, sarebbe stato semplice! Lo affermo da decenni! Bastava riconvertire
l'industria di Satana in agricoltura e artigianato – un ritorno di massa alla
Madre Terra!!
E quando tutto sarà palese e, noi, volenti o
nolenti, ignoranti e intelligenti, dovremo per forza e necessità prendere atto
di quali erano le reali finalità del Sistema Liberista e del suo piano
diabolico di omologazione degli individui, a quel punto, saremo già tutti
schiavi.
Gianni Tirelli
LETTERA A DON GESUALDO
Caro Gesualdo,
quanti ricordi legati alla
mia infanzia, all’oratorio, a quel campo di pallone che pareva una portaerei
appoggiata sulla cima di una collina - e le fronde di alti alberi, sembravano
verdi onde, increspate da un caldo maestrale che armeggiava dentro i nostri
capelli - e il pallone che volava via lontano, spinto dal vento, giù, lungo
versante nord della collina, e noi a correre con lui, ruzzolando, ridendo,
urlando al cielo la gioia della nostra irripetibile gioventù; quanti
meravigliosi ricordi Gesualdo caro, quanta nostalgia.
Quando il piccolo Carlos
morì, aveva solo tre anni. Questa tragedia sconvolse la mia vita e quella di
Shara per molto tempo, e lo stato di prostrazione in cui eravamo precipitati,
ci impediva qualsiasi tipo di reazione e azzerava la speranza di un futuro.
Che momenti, Gesualdo mio!
La leucemia fulminante causata dai rifiuti pericolosi dispersi nella vicina
discarica, se lo portò via in pochi mesi. In seguito venne chiusa, ma li, tutto
è rimasto come prima.
Mio suocero, Aleksandr
Lobov, come ben sai, lavorava con me nella fabbrica di amianto di Phodasyela, e
nonostante la sua precaria salute, continuava testardamente a lavorarci, e guai
se qualcuno lo metteva in guardia dai rischi che correva:” io sto bene, sto
bene” ripeteva burbero;”quella è la mia fabbrica, è tutta la mia vita – non
riuscirete a farmi cambiare idea”.
Pochi mesi dopo la
scomparsa del nostro Carlos, passò a miglior vita. La sua malattia si era
ulteriormente aggravata, e la perdita del suo unico nipotino gli diede il colpo
di grazia.
Quante volte avrei voluto
bestemmiare al cielo la mia disperazione, quando il pensiero di farla finita mi
trafiggeva l’anima, nel silenzio di quelle notti amare e pregne di follia.
Ma poi ho pensato a Dio, a
quel Dio di cui tu spesso mi parlavi, nel segreto di quella fredda sagrestia
profumata di incenso, e ho cominciato a pregare.
Shara, la mia dolce Shara,
recitava con me le cristiane suppliche che tu mi avevi insegnato, e solo allora
compresi il profondo significato di quelle parole, e il sacro mistero che le
avvolgeva.
Qualcosa in noi sembrava
cambiare, mutare. Ho un ricordo straordinario di quel giorno di primavera del
1998, quando Shara, il dieci di marzo, mi comunico, eccitata e frastornata, che
aspettava un bambino.
Dolore e disperazione,
presero le sembianze di una gioia inconsulta, che da troppo tempo giaceva
esausta e rassegnata nel profondo del nostro cuore, ma che adesso, rinvigorita
e rigenerata da quell’evento inaspettato, esplodeva in tutta la sua potenza.
Lacrime e risate, grida e
incredulità, danzavano con noi fra i mille baci e le carezze,
in un abbraccio febbrile
di due anime consunte, provate, lacerate, ma ancora vive, e forti di una ritrovata speranza.
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