IL RAPPORTO
UOMO/PAROLA
“La cosa
diabolica e straordinaria del Capital/liberismo, sta nell’avere prodotto negli
individui una depressione profonda, un vuoto incolmabile, illudendoli,
parallelamente, di poterlo riempire, acquistando e consumando tutti quei beni
effimeri e inefficaci che lo stesso Sistema genera senza sosta”
Nella società
contadina pre/industriale, il rapporto uomo-natura, uomo-terra, uomo-animale,
era totale, passionale e complementare. Ogni individuo esprimeva
caratteristiche e personalità differenti, personalismi unici, inimitabili, e
sogni, emozioni, intuizioni, atmosfere e mondi, diversi, e irrepetibili -
ragionamenti, pensieri e straordinarie introspezioni filosofiche inimmaginabili
e senza tempo, tanto che le parole, pur nella loro straordinaria capacità
comunicativa ed espressiva, restavano pietre grezze, di fronte
all’incommensurabile e trascendente conoscenza immaginifica della ragione
primordiale – una visione del mondo incondizionata, senza confini, che
nell’accettazione logica della provvisorietà della vita, configurava le ragioni
della necessità della morte.
Nel mondo
occidentale iper/tecnologico, dove il rapporto uomo/natura, uomo/terra, e
uomo/animale è del tutto assente (se non estinto), l’individuo è costretto a
confrontarsi sul piano delle parole, delle indicazioni e dei messaggi che
l’Organizzazione Sistema distribuisce attraverso la comunicazione multimediale
e la televisione, senza così potere attingere informazioni, idee e significati,
dalla sua esperienza e coscienza personale.
L’uomo neutro
di questo secolo, privo di parametri e di riferimenti oggettivi, ha delegato al
Sistema ogni incombenza, qualunque sia la sua natura, esimendosi dalla
possibilità di una critica influente, costruttiva, e capace di condizionare e
contrastare le sue logiche perverse e le regole liberticide.
Una forma umana
ibrida, appiattita su una visione omologata e omologante della realtà, ridotta
a copia/incollare idee prese a prestito, e allinearsi alle tendenze di quel
momento.
Il linguaggio
moderno, pertanto, non è più l’espressione pragmatica di sentimenti, emozioni,
intuizioni e sensazioni, di quel mondo passato variegato di infinite diversità,
ma è la ripetizione in serie di codici già scritti da altri. In questo modo, i
vari soggetti interagiscono e si confrontano fra loro, anteponendo il
linguaggio parlato o scritto, all’analisi individuale e introspettiva del
pensiero critico/originale. Un contraddittorio “in tempo reale” (come vuole la
moda del momento), che trasfigura l’individuo dell’era tecnologica in
auto/parlante, prima ancora di essere un soggetto pensante.
Uno
straordinario ed inquietante capovolgimento dei meccanismi di
auto/conservazione, tipici e caratteriali di quel relativismo etico che oggi,
come una nube nera e minacciosa, sovrasta le società occidentali e ne sancisce
la loro prossima fine.
Del resto, non
è nemmeno tecnicamente pensabile, la sola idea e possibilità che, in un mondo
dove tutto è uguale per tutti, qualcuno possa dire, affermare, credere, pensare
o imporre qualcosa di diverso, che non sia la copia di una “verità relativa”
già esistente.
Credere ancora
nell’unicità dell’essere umano, del singolo, come soggetto irrepetibile e non
sovrapponibile, è oggi quella mera illusione, che la dice lunga sull’opera di
plagio mentale omologante messa in atto dal Sistema.
Questa mia,
potrebbe apparire una tesi fantascientifica, ma sono decenni che monitorizzo
con attenzione e scrupolo l’evolversi degli avvenimenti, riuscendo, come pochi
sul pianeta (rare eccezioni), a ricavare un quadro chiaro e oggettivo della
situazione contingente, senza personali coinvolgimenti di sorta. Una speciale
capacità, la mia, che esula dalla retorica della superiorità e della
presunzione, ma si attesta a dato di fatto incontrovertibile che basa la sua
singolarità e la certezza delle sue conclusioni, su una consapevolezza mondata
da ogni costrutto pregiudiziale, dipendenza e debolezza.
* * *
P.S. Oggi, la parola è
utopia. È un libro infinito, dove pagine bianche e nere si susseguono, in
un’alternanza ipnotica e delirante – un’arsura nevrotica di pensieri scomposti,
in guerra fra di loro, per una relativa supremazia di un attimo di
certezza.
Dentro questa palude di infinite parole, l’uomo moderno annega i suoi
veri bisogni, e mentre la paura brucia i suoi sogni, ancora una volta, la vita
raggiungerà la morte, come il fiume il mare.
L’uomo relativo non
aspira alla conoscenza. Cerca un’assoluzione per i suoi peccati.
Oggi il
chiacchiericcio non è che un vezzo: la rinuncia ad una azione tangibile,
fortificante e concludente. Oggi la parola assurge al significato etimologico
di propaganda, vanità, dipendenza.
La parola, nata come strumento
semplificatore di mutuo scambio, si è trasformata in una sorta di potere
sanguinario e giustizialista; la parola alla pubblicità, al potere politico,
temporale, guerrafondaio.
L’uomo del XXI secolo, è un animale metropolitano e
verso la natura ha un insulso atteggiamento romantico e uno spirito
turistico.
Per questo motivo, l’uomo relativo, riconduce tutto alla sua
specifica realtà, non tenendo in alcuna considerazione il restante patrimonio
culturale, esistenziale, che considera in totale antitesi con il suo
non/pensiero. Se il suo cervello non riesce ad integrarsi e compenetrare altri
mondi, lui non appartiene a nessun mondo, e non è di nessun aiuto; ne al mondo
ne a se stesso.
Gianni
Tirelli
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