sabato 6 aprile 2013

IL RAPPORTO UOMO/PAROLA


IL RAPPORTO UOMO/PAROLA

“La cosa diabolica e straordinaria del Capital/liberismo, sta nell’avere prodotto negli individui una depressione profonda, un vuoto incolmabile, illudendoli, parallelamente, di poterlo riempire, acquistando e consumando tutti quei beni effimeri e inefficaci che lo stesso Sistema genera senza sosta”
     
Nella società contadina pre/industriale, il rapporto uomo-natura, uomo-terra, uomo-animale, era totale, passionale e complementare. Ogni individuo esprimeva caratteristiche e personalità differenti, personalismi unici, inimitabili, e sogni, emozioni, intuizioni, atmosfere e mondi, diversi, e irrepetibili - ragionamenti, pensieri e straordinarie introspezioni filosofiche inimmaginabili e senza tempo, tanto che le parole, pur nella loro straordinaria capacità comunicativa ed espressiva, restavano pietre grezze, di fronte all’incommensurabile e trascendente conoscenza immaginifica della ragione primordiale – una visione del mondo incondizionata, senza confini, che nell’accettazione logica della provvisorietà della vita, configurava le ragioni della necessità della morte.
Nel mondo occidentale iper/tecnologico, dove il rapporto uomo/natura, uomo/terra, e uomo/animale è del tutto assente (se non estinto), l’individuo è costretto a confrontarsi sul piano delle parole, delle indicazioni e dei messaggi che l’Organizzazione Sistema distribuisce attraverso la comunicazione multimediale e la televisione, senza così potere attingere informazioni, idee e significati, dalla sua esperienza e coscienza personale.
L’uomo neutro di questo secolo, privo di parametri e di riferimenti oggettivi, ha delegato al Sistema ogni incombenza, qualunque sia la sua natura, esimendosi dalla possibilità di una critica influente, costruttiva, e capace di condizionare e contrastare le sue logiche perverse e le regole liberticide.
Una forma umana ibrida, appiattita su una visione omologata e omologante della realtà, ridotta a copia/incollare idee prese a prestito, e allinearsi alle tendenze di quel momento.
Il linguaggio moderno, pertanto, non è più l’espressione pragmatica di sentimenti, emozioni, intuizioni e sensazioni, di quel mondo passato variegato di infinite diversità, ma è la ripetizione in serie di codici già scritti da altri. In questo modo, i vari soggetti interagiscono e si confrontano fra loro, anteponendo il linguaggio parlato o scritto, all’analisi individuale e introspettiva del pensiero critico/originale. Un contraddittorio “in tempo reale” (come vuole la moda del momento), che trasfigura l’individuo dell’era tecnologica in auto/parlante, prima ancora di essere un soggetto pensante.
Uno straordinario ed inquietante capovolgimento dei meccanismi di auto/conservazione, tipici e caratteriali di quel relativismo etico che oggi, come una nube nera e minacciosa, sovrasta le società occidentali e ne sancisce la loro prossima fine. 
Del resto, non è nemmeno tecnicamente pensabile, la sola idea e possibilità che, in un mondo dove tutto è uguale per tutti, qualcuno possa dire, affermare, credere, pensare o imporre qualcosa di diverso, che non sia la copia di una “verità relativa” già esistente.
Credere ancora nell’unicità dell’essere umano, del singolo, come soggetto irrepetibile e non sovrapponibile, è oggi quella mera illusione, che la dice lunga sull’opera di plagio mentale omologante messa in atto dal Sistema.
Questa mia, potrebbe apparire una tesi fantascientifica, ma sono decenni che monitorizzo con attenzione e scrupolo l’evolversi degli avvenimenti, riuscendo, come pochi sul pianeta (rare eccezioni), a ricavare un quadro chiaro e oggettivo della situazione contingente, senza personali coinvolgimenti di sorta. Una speciale capacità, la mia, che esula dalla retorica della superiorità e della presunzione, ma si attesta a dato di fatto incontrovertibile che basa la sua singolarità e la certezza delle sue conclusioni, su una consapevolezza mondata da ogni costrutto pregiudiziale, dipendenza e debolezza.

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P.S. Oggi, la parola è utopia. È un libro infinito, dove pagine bianche e nere si susseguono, in un’alternanza ipnotica e delirante – un’arsura nevrotica di pensieri scomposti, in guerra fra di loro, per una relativa supremazia di un attimo di certezza.
Dentro questa palude di infinite parole, l’uomo moderno annega i suoi veri bisogni, e mentre la paura brucia i suoi sogni, ancora una volta, la vita raggiungerà la morte, come il fiume il mare.

L’uomo relativo non aspira alla conoscenza. Cerca un’assoluzione per i suoi peccati.
Oggi il chiacchiericcio non è che un vezzo: la rinuncia ad una azione tangibile, fortificante e concludente. Oggi la parola assurge al significato etimologico di propaganda, vanità, dipendenza.
La parola, nata come strumento semplificatore di mutuo scambio, si è trasformata in una sorta di potere sanguinario e giustizialista; la parola alla pubblicità, al potere politico, temporale, guerrafondaio.
L’uomo del XXI secolo, è un animale metropolitano e verso la natura ha un insulso atteggiamento romantico e uno spirito turistico.
Per questo motivo, l’uomo relativo, riconduce tutto alla sua specifica realtà, non tenendo in alcuna considerazione il restante patrimonio culturale, esistenziale, che considera in totale antitesi con il suo non/pensiero. Se il suo cervello non riesce ad integrarsi e compenetrare altri mondi, lui non appartiene a nessun mondo, e non è di nessun aiuto; ne al mondo ne a se stesso.

Gianni Tirelli

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