lunedì 8 aprile 2013

L’imperialismo alla ricerca del casus belli


L’imperialismo alla ricerca del casus belli

(7 Aprile 2013)
L’imperialismo alla ricerca del casus belli

Le provocazioni dell’imperialismo USA che s’intensificano in estremo Oriente( a fine marzo la missione di due
 bombardieri B-2) presentano elementi di novità, rispetto alle provocazioni del 2009-2010. La novità è dovuta
 al quadro strategico militare fissato nel documento “Sustaining US Global Leadership: Priorities for 21st 
Century Defense”, esposto da Obama al Pentagono il 6 gennaio del 2012. La priorità dell’imperialismo americano
 è quello di avere mano libera nel mercato interno cinese. L’imperialismo dell’Unione Europea e quello giapponese
 sono concordi. Nel documento si afferma che l’economia egli interessi alla sicurezza degli Usa sono
 indissolubilmente legati agli sviluppi nell’arco che si estende dal Pacifico occidentale e dall’Asia orientale al
 sud dell’Asia e dell’Oceano Indiano,creando un mix di sfide in continua evoluzione e opportunità. Di conseguenza, 
mentre gli Stati uniti continueranno a contribuire alla sicurezza globale, sarà necessario riequilibrare le forze verso
 la regione Asia-Oceano Pacifico”. Nel giugno del 2012 si precisano le linee del salto di qualità nella politica anticinese
 contenute nel documento : il capo del Pentagono Leon Panetta dichiarava che entro il 2020 sarà dislocato nella 
regione circa il 60% delle forze della marina, tra cui la maggior parte dei gruppi di portaerei, “per la prima volta 
nella storia le risorse militari degli stati Uniti a cominciare dalla Navy non saranno più ripartite 50/50 tra Atlantico 
e Pacifico”( Federico Rampini, Limes 6-2012). Per l’editorialista del Financial Times, Gideon Rachman, commentando
 le tensioni fra cina e Giappone per le isole Diaoyu (per i cinesi) e la Senkaku per i (giapponesi), “l'idea che le
 grandi potenze di oggi non potevano incorrere in una guerra mondiale, come fecero nel 1914, è troppo compiacente.
 Le tensioni tra Cina, Giappone e Stati Uniti ricordano il terribile conflitto che scoppiò quasi un secolo fa”
 ( 4-febbraio-2013).
Nel biennio 2009-2010 la diplomazia usa rafforza i legami militari con i suoi alleati dell’ASEAN, nel 2010 il Giappone
 innova la sua strategia militare. Il concentramento delle forze viene spostato da nord a sud. Dal confronto con 
l’URSS a quello con la Cina, potenziamento della marina e dell’aeronautica. Un aumento del bilancio militare di 280
 miliardi di dollari, in un paese che ha il debito pubblico oltre il 200% del pil.
Il piano militare di aggressione alla Cina denominato Battaglia aero-navale (Air-Sea Battle), secondo il gen.Fabio
 Mini era stato accantonato a causa della crisi, della dipendenza del debito usa dai finanziamenti cinesi, degli
 insuccessi in Iraq ed in Afghanistan, dello stallo di credibilità in Europa, dei conflitti mediorientali e del rapporto 
con l’Iran. La “Battaglia aero-navale” è un piano di guerra offensiva giustificata con “il contrasto alla strategia di 
interdizione d’area e negazione degli accessi attribuita alla Cina” (Fabio Mini, Limes, 6-2012). Un attaccoo dall’aria
 e dal mare per mettere fuori uso i sistemi di sorveglianza ed i sistemi missilistici cinesi. A questa incursione e 
sabotaggio iniziale seguirà un più grande assalto aereo navale. A metà marzo il ministro della guerra degli USA
 ha annunciato l’aumento del 50% dei sistemi di intercettazione dei missili antibalistici in vista delle coste asiatiche
 dell’oceano Pacifico ed un potenziamento degli stessi in Alaska ed in California.
L’aggressione alla Cina è una tappa della rivincita imperialista sulla rivoluzione d’ottobre. Ad accelerare i tempi 
dell’aggressione c’è la paura della rivoluzione sociale in Cina. Il partito deve mobilitarsi e chiamare ad un’azione
 antimperialista l’USB, la Rete 28 aprile, i Cobas ed i Centri Sociali.
Pcl,Sassari



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