venerdì 7 gennaio 2011

C'E' CHI ANCORA LO CHIAMA "SENSO DEL DOVERE"

Il senso del dovere alle prese con strategie sbagliate

UNA GUERRA PERSA

Il senso del dovere alle prese con strategie sbagliate

35 militari italiani morti in Afghanistan. Troppi. 'Nessun ritiro unilaterale', proclama il Ministro dietro il tricolore che avvolge la bara altrui. L'ostinazione di fronte alla sconfitta.


di Ennio Remondino
Oltre ai nostri militari, in Afghanistan, muoiono ogni giorno decine, centinaia di persone. Civili locali sempre più numerosi, vittime di eccesso di attacco e di difesa, di kamikaze e di caccia-bombardieri Nato in gara di disumanità fra loro. Sembra un altro Afghanistan quello che ci racconta solitamente la cronaca, quando passa alle parole di cordoglio di ministri e portavoce preoccupati di farci credere che quelle morti ne valevano la pena. I morti così diventano, ultimo loro sacrificio, la fine di una grande bugia. Ciò che sta accadendo in Afghanistan oggi è la naturale evoluzione di quanto qualsiasi osservatore onesto poteva prevedere anni addietro. L’Afghanistan dell’inganno è quello che etichetta i suoi protagonisti interni sulla base delle convenienze del momento. I combattenti afgani che diventano, di volta in volta, resistenti contro l’occupazione sovietica, o feroci estremisti islamici complici dello Sceicco del terrore Osama bin Laden. Cambia il contesto politico internazionale e gli alleati di ieri, sostenuti con dollari e armi, diventano i nemici di oggi, o viceversa.

Mai che un’intelligenza occidentale si sia posta il problema di quali fossero i reali interessi, ideali, obiettivi, di chi, in Afghanistan, di volta in volta li sosteneva. Arroganza coloniale e stupidità strategica assieme. Ora scopriamo che l’Afghanistan che ci fu descritto nel dopo settembre 2001, era soltanto la caricatura prodotta dalla paura occidentale del terribile attentato alle Torri gemelle di New York. Che i Talebani fossero una formazione politica fortemente anti-occidentale, era noto. Che i mujaheddin anti Talebani dei vari Signori della guerra e della droga non fossero degli stinchi di santo, era altrettanto noto. Lo sapevano al Pentagono, la sapevano alla Cia. Lo sapevamo persino noi giornalisti, allora non ancora prigionieri di un computer e di una scrivania. Il problema nasce dalla necessità di costruire attorno allo scetticismo legato alla necessità del momento (la Realpolitik), la propaganda necessaria al sostegno popolare della guerra (l’Idealpolitik).


Noi giornalisti, io stesso nei miei brevi ma infiniti tre mesi trascorsi in Afghanistan a seguire le bombe antitaleban degli Stati Uniti, vi abbiamo raccontato di quella guerra americana voluta come risposta al Terrore delle Torri Gemelle. Era abbastanza vero e voi avete creduto. Abbiamo raccontato in buona o cattiva fede (giornalisti arruolati o soltanto disattenti), di una guerra dei Buoni contro i Cattivi. Come tutte le guerre, anche quella era priva di Tutti Buoni e di Tutti Cattivi. Anche il Parlamento italiano, temo, è caduto nell’inganno: quando più volte ha discusso sul rifinanziamento della missione italiana Nato in Afghanistan. S’è detto di una missione di pace, mentre sul terreno afgano quelle tensioni s’errano trasformate da tempo in guerra civile. Ammettendo la buona fede di tutti i protagonisti politici italiani, resta l’inganno sostanziale della strategia della Superpotenza planetaria USA: dopo l’Iraq e per decenni non esisterà in Oriente una 'Missione di pace' occidentale armata credibile nel suo movente di pace.


Morire prima dei trent’anni per un opportunistico e vergognoso 'gioco del cerino' non può consolare chi sta piangendo oggi quest'altro alpino morto su montagne estranee. A chi toccherà la colpa della sconfitta scontata? Più o meno ciò che accade oggi in Italia per le elezioni politiche che potrebbero essere anticipate in primavera. Tornando alle cose serie, basterebbe riconoscere pubblicamente la verità nota a tutti. L’intervento in Afghanistan fu un tragico errore e la guerra cui costringiamo tanto nostri compatrioti in divisa è una guerra perduta. Lo aveva ammesso il comandante americano poi rimosso. Lo sottintende il suo sostituto che rinvia la vergogna del ritiro al 2011. Non resta che sperare che il Nobel per la Pace Barak Obama si decida a meritarsi quel riconoscimento. Con un po’ di ministri italiani e di portavoce governativi invitati almeno al pudore.

(ennio remondino)2011-01-03 11:42:31

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