Tunisia e Algeria, il Maghreb è in rivolta contro il carovita e la disoccupazione
pubblicata da La Rivoluzione è l'unica soluzione. il giorno venerdì 7 gennaio 2011 alle ore 15.03
7 gennaio 2011
I media francesi offrono ampia copertura del momento concitato dell’Africa del Nord.
L’Africa del Nord è praticamente in rivolta. Dalla Tunisia la rivolta dei giovani, dei precari e degli studenti si sta espandendo in tutti i paesi dell’Africa mediterranea, e sono soprattutto i media francesi a coprire in maniera intensiva i fatti delle ex-colonie. Da Liberation, a la Croix a Rue 89, tutti raccolgono le voci dei giovani africani che sono scesi per le strade in manifestazioni a volte pacifiche, altre volte represse violentemente nel sangue. Sono storie di giovani senza possibilità, vite afflitte da una disoccupazione endemica che non hanno altra speranza che manifestare a voce alta il loro disagio sperando che qualcuno li ascolti.
TUNISI BRUCIA – Tutto, secondo Rue89, è iniziato intorno alla metà del mese scorso, in Tunisia, nella regione di Sidi Bouzid: ma il movimento di protesta si è velocemente espanso fino ad impossessarsi delle strade della capitale, Tunisi.
Dopo il 17 dicembre, numerosi sono stati i tunisini a scendere in piaza per manifestare il loro disappunto contro la disoccupazione che li colpisce in maniera violenta. Iniziata dai giovani laureati della regione dentrale di Sidi Bouzid, il movimento ha guadagnato rapidamente le strade di Tunisi il 25 dicembre, dove la repressione della polizia si è allo stesso modo intensificata.
I media internazionali danno, dicevamo, ampia copertura al movimento dei giovani tunisini che reclamano il loro futuro, raccontandoci della scintilla che ha fatto divampare una protesta che già montava: il sacrificio di un giovane laureato di Sidi Bouzid, Muhammad, che si è dato fuoco per testimoniare l’impossibilità di vivere la propria vita in queste condizioni.
La sorte di Mohamed Bouazizi, 26 anni, di Sidi Bouzid, nel sud tunisino, resta sconosciuta – gravemente ustionato, è stato già ricoverato – ma gli internauti della Tunisia si sono interessati dell’affare per deplorare la carenza di impiego, la corruzione e il deterioramento dei diritti umani nel loro paese. Su Facebook, Twitter e fra i blog, gli internauti hanno espresso la loro solidarietà a Mohamed, laureato all’università di Mahdia già da qualche anno, ma nell’incapacità di trovare un impiego. Solo per nutrire la sua famiglia, ha deciso di cercarsi un lavoretto e, grazie all’aiuto della famiglia, si è lanciato nella vendita di frutta e legumi in un banchetto per strada. La sua impresa per lui non significava granchè, ma era solo un metodo per preservare la dignità della sua famiglia. Ma i funzionari municipali sono venuti da lui e gli hanno confiscato parecchie volte la merce. Ha provato a spiegare che non era li per scelta ma solo per tentare di sopravvivere. Ogni volta però la sua merce veniva confiscata, e lui veniva insultato e picchiato dagli impiegati del comune. L’ultima volta che questo è successo, Mohamed ha perduto ogni speranza: si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.
DIVAMPA LA PROTESTA – La testimonianza di Mohamed, così raccontata dalla rivista online francese, ha dato fuoco, insieme al suo corpo, alla protesta dei giovani tunisini.
Che accade in Tunisia? Non ancora una rivoluzione, ma più una rivolta. Questo succede da due settimane e mezzo nel paese che sembra ormai un vulcano in fase di esplosione. Il presidente Ben Ali, che regna con mano di ferro fin dal 1987, ha recitato un discorso televisivo da padre di famiglia, nel quale ha spiegato di comprendere i manifestanti ma di non poter tollerare i disordini. Due ministri e tre governatori si sono già dimessi per dare l’esempio, ma non è servito a niente. La protesta continua: avvocati, insegnanti, studenti medi manifestano un po’ dappertutto, come un fuoco di prateria che si estingue qui per riprendere poco più in la. Ieri, la polizia ha violentemente disperso dei liceali a Tala, nell’ovest del paese, che si erano riuniti in una marcia di solidarietà.
Liberation riassume così l’estendersi della protesta a tutto il paese. Secondo gli esperti la rivolta degli studenti era ampiamente prevedibile: in un periodo, come quello degli anni ’80, in cui l’Africa maghrebina era stata interessata da un forte fenomeno di sviluppo demografico ed economico, si era sparsa la voce che il titolo universitario potesse diventare un ascensore sociale.
DISOCCUPAZIONE E CAROVITA – Gli studenti, però, sanno perfettamente che la realtà è completamente diversa.
Era completamente prevedibile. Gli studienti sann perfettamente che non c’è nessuno sbocco professionale in Tunisia.
Queste le parole di un esperto professore che fa avanti e indietro fra la Tunisia e la Francia, potendo tastare con mano la differenza fra i due paesi. E gli economisti suffragano con dati e numeri la situazione economica del paese.
Il PIL tunisino ha raggiunto il suo picco al livello invidiabile di 8.800 dollari per abitante nel 2007. Con la crisi del 2008, è brutalmente sceso del 16%, più un altro 3% nel 2009″, precisa Youssef Courbage. E nel modello sociale tunisino, basato sll’accesso massiccio delle giovani generazioni all’insegnamento superiore, ma afflitto da una economia che resta confinata ai settori tradizionali del turismo e del tessile, provoca inevitabilmente un numero di lavori non qualificati. “Uno spreco”, secondo l’economista Lahcen Achy, ricercatore al centro Carnegie per il Medio-Oriente. Nei suoi studi sulla “mancanza di impiego nel Maghreb, “ha precisato che i diplomati all’università rappresentano il 20% dei disoccupati nel 2000 e…il 55% nel 2008. E’ questa gioventù istruita e lasciata per strada che ha manifestato spontaneamente per le strade di SIdi Bouzid nel 17 dicembre per solidarietà col giovane disperato che si è dato fuoco. Questa rivolta pacifica per reclamare il diritto al lavoro si è rapidamente allargata, guadagnando ampi strati della società tunisina che si sente sotto il giogo di un regime di polizia. E le rivendicazioni si sono radicalizzate, come dicono gli slogan scanditi contro la famiglia del presidente Ben Ali: “Tunisia libera, via la famiglia” o “il lavoro è un diritto”.
Questa analisi socio-economica l’hanno prodotta i giornalisti di La Croix, il giornale cattolico francese, e riesce a restituire uno spaccato davvero rappresentativo della società tunisina in rivolta.
DISORDINI ANCHE IN ALGERIA – Dalla Tunisia, la rivolta si sta allargando a tutta l’Africa mediterranea, dicevamo: si registrano tumulti per le strade già nella confinante Algeria. Le ultime proteste sono proprio di ieri.
Ad Algeri e provincia, gruppi di giovani hanno affrontato le forze dell’ordine per testimoniare la loro collera nei confronti del rialzo dei prezzi nel paese. Non c’è stata alcuna vittima, secondo la stampa. Nella capitale algerina, numerosi quartieri sono stati invasi dai manifestanti, nel centro come in periferia. I commercianti hanno chiuso subito dopo mezzogiorno.
Questa era sempre la Croix. Non sono solo i commercianti a chiudere: anche il calcio si ferma per paura dei disordini. E’ di questi minuti, infatti, l’annuncio della Lega Calcio Algerina: stop a tutte le partite in programma per venerdi e sabato. Troppo pericoloso. I ragazzi che vivono nel paese in teoria ricchissimo – giacimenti di petrolio, risorse naturali – hanno visto i prezzi dei beni essenziali (del pane, su tutti) raddoppiare di colpo, la popolazione che vive in forti ristrettezze; la disoccupazione ufficiale è al 10%, ma stime ufficiose la indicano in realtà al 25% e soprattutto fra i giovani. Nessuna vittima, dicevamo: ma nel Maghreb in fiamme gli scontri con la polizia e i feriti ormai non si contano più.
http://www.giornalettismo.com/archives/108623/tunisia-e-algeria-il-maghreb-e-in-rivolta-contro-il-carovita-e-disoccupazione/
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