venerdì 3 agosto 2012

Draghi sotto accusa: lasci la Bce o la “Setta dei Trenta”


Draghi sotto accusa: lasci la Bce o la “Setta 

dei Trenta”


Mario Draghi si dimetta dalla Bce o lasci il “Gruppo dei Trenta”, la super-lobby mondiale che tende a 
“infiltrare” Stati e governi per condizionare le leggi nazionali ed europee, a cominciare dall’international 
banking, a favore degli interessi esclusivi della grande finanza. A lanciare l’allarme stavolta è
 il comitato di sorveglianza dell’Unione Europea, che avrebbe avviato un’indagine – per conflitto di
 interessi – sul presidente della banca centrale di Francoforte. Draghi, salito alla guida della Bce 
col sostegno decisivo della Germania, è attualmente impegnato per tentare di “salvare l’euro”. 
Obiettivo: trasformare di fatto la banca centrale europea in “prestatore di ultima istanza”, 
in grado cioè di assorbire – acquistando titoli tramite il Mes, il nuovo “meccanismo europeo di stabilità”
 – il debito sovrano dei paesi come Spagna e Italia, messi in pericolo dalla speculazione internazionale 
e ormai in balia dei “mercati”, in quanto pericolosamente indeboliti dalla catastrofica perdita della
 sovranità monetaria e costretti a farsi prestare a caro prezzo la moneta comune.
Se la Reuters annuncia il procedimento contro Draghi, interviene Gundi Gadesman, la portavoce 
del “mediatore europeo” Nikiforos Diamantoros, Mario Draghi che 
deplora da “drammatizzazione” del caso. L’accusa a Draghi 
giunge dal Ceo, l’Osservatorio dell’Europaindustriale 
(“Corporate Europe Observatory”), che in realtà è una 
campagna indipendente che monitorizza l’influenza dei “poteri 
forti” sulle decisioni di Strasburgo e Bruxelles. Secondo il Ceo,
 Draghi non sarebbe totalmente indipendente, nella sua veste
 di super-banchiere europeo e “signore dell’euro”, a causa della sua appartenenza al G30, il forum 
internazionale ultra-esclusivo che riunisce industriali e banchieri. «Abbiamo ricevuto una denuncia 
e abbiamo inviato una lettera alla Bce: ora stiamo aspettando una risposta», ammette il “mediatore”.
 L’Eurotower ha tempo fino alla fine di ottobre per rispondere. A quel punto, Diamantoros 
formulerà “raccomandazioni non vincolanti”. «Non abbiamo il potere di imporre sanzioni», spiega la 
Gadesman: «Cerchiamo di trovare una soluzione amichevole».
«Il G30 – ribatte l’Osservatorio antitrust – ha tutte le caratteristiche di un veicolo di lobbying per 
le grandi bancheprivate internazionali e il presidente della Banca centrale europea non dovrebbe 
esserne membro». Una denuncia esplicitamente formulata, con grande 
anticipo, da analisti come Paolo
 Barnard, autore del saggio “Il più grande crimine” sul complotto della
 finanza mondiale. 
Se Barnard definisce Draghi una sorta di “golpista”, nonché uno dei registi dell’inflessibile regime 
monetario dell’euro – che ha condannato l’Eurozona alla semi-schiavitù della dipendenza, senza più 
disporre dello strumento principe della sovranità statale, cioè l’autonomia monetaria indispensabile 
ad affrontare il debito evitando il dramma della crisi sociale – un primo altolà all’ex governatore di
 Bankitalia era giunto già nel novembre 2011 da Kenneth Haar, portavoce della campagna 
Ceo: «Dear Mr. Draghi, si dimetta o lasci il Gruppo dei 30».
Draghi, ricorda Checchino Antonini sul blog “Il Megafono Quotidiano”, era già stato criticato sulla sua
 carriera alla Goldman Sachs dal 2002 al 2005, quando la potentissima banca d’affari statunitense 
(in cui ha militato anche Monti, con un ruolo di primissimo piano) ha “aiutato” la Grecia a fare i suoi 
conti, risultati poi clamorosamente “truccati”, fino all’esplosione della crisi, col rischio-default 
e l’inaudito “massacro sociale” attualmente in corso ad Atene. Candidato da Angela Merkel alla guida 
della Bce, lo stesso Draghi – che il professore italo-danese Bruno Amoroso considera “cattivo allievo” 
del grande economista italiano Federico Caffè – aveva alimentato forti sospetti di lobbysmo già
 all’epoca dell’episodio del Britannia, il panfilo della corona inglese a bordo del quale, nel ’92, si tenne 
un summit strategico con un centinaio di businessman, al quale partecipò il futuro governatore di 
Bankitalia, allora direttore del Tesoro.
Era l’epoca oscura segnata a morte, in Italia, dallo stragismo mafioso e dalle strane trattative coi 
boss di Cosa Nostra, su cui sta ancora cercando di far luce la magistratura. Sullo sfondo la caduta
 del Muro di Berlino, il terremoto di Tangentopoli e il colossale “riposizionamento” strategico 
dell’Occidente, sancito dal Trattato di Maastricht in vista del fatale avvento dell’euro. Un piano 
sostanzialmente “golpista”, secondo l’economista francese Alain Parguez, già consulente di François 
Mitterrand, per imbrigliare l’Europa già all’indomani dell’improvvisa libertà conquistata con la fine
 della guerra fredda. Obiettivo: confiscare la democrazia attraverso la demolizione delle sovranità 
nazionali, per affidare il futuro del continente a pochissime mani, quelle dell’élite finanziaria mondiale,
 attraverso i tecnocrati di Bruxelles, diligenti esecutori di direttive prese altrove. Più la crisidell’Eurozona
 peggiora, più sale di tono la polemica: Premi Nobel come Joseph Stiglitz e Paul Krugman
 condannano come “suicide” le politiche di rigore promosse Jacques Attalida “commissari” 
come Mario Monti, dando fiato alla denuncia – fino a ieri solitaria – di un 
battitore libero come Paolo Barnard.
L’ex giornalista di “Report”, già collaboratore di Michele Santoro, ha svolto 
un intenso lavoro di indagine, raccogliendo testimonianze inquietanti sull’origine 
dell’euro e il disegno egemonico della finanza globale, divenuta più aggressiva
 che mai di fronte alla crisidell’economia reale, quella del capitalismo 
industriale globalizzato. L’euro come “guinzaglio”, per garantire rendite 
speculative? Peggio: con trattati-capestro come il Fiscal Compact, gli Stati (già “disarmati”, privati 
della propria moneta liberamente stampabile) ora dovranno sottostare ai diktat della tecnocrazia 
europea anche in materia di bilancio: senza più neppure il potere di spesa pubblica, lo Stato 
si riduce praticamente a zero. Si avvera il sogno del francese François Perroux, progenitore dell’euro:
 «Togliere allo Stato la sua ragion d’essere». Riletta così, la storia dell’unificazione europea – di cui si
 cominciano a scontare le catastrofiche conseguenze – pone sotto tutt’altra luce il trionfalismo 
ottimistico di personaggi come Jacques Délors, Carlo Azeglio Ciampi e Jacques Attali, super-consigliere
 dell’Eliseo. Monarchico travestito da socialista, come riferisce lo stesso Parguez, Attali restò famoso
 per una battuta agghiacciante: «Ma cosa crede, la plebaglia europea, che l’euro l’abbiamo creato 
per la loro felicità?».
Agli economisti democratici della Modern Money Theory, di scuola americana, ora finisce per dare
 ragione persino Timothy Geithner, il ministro del Tesoro di Obama: «L’Europa sta sbagliando tutto,
 il rigore soffoca l’economia: il problema non è il debito pubblico ma, al contrario, il troppo poco deficit 
dello Stato a favore di cittadini e imprese». E chi ha deciso che il debito è tabù? Bruxelles,
 naturalmente, dove comandano tecnocrati che nessuno ha eletto. Il loro capolavoro, sostiene Luciano 
Gallino, è stato proprio questo: farci credere che la colpa della crisisia stata di noi “cicale”, mentre
 è stata proprio la grande finanza speculativa – quella che oggi domina l’Europa – a mettere in croce 
gli Stati e la loro capacità di dare sostegno all’economia. Se i favolosi profitti della 
maxi-speculazione sono la fortuna di pochi, aggiunge Gallino, in ogni caso le perdite 
vengonoregolarmente socializzate: paghiamo noi, tutto e subito, grazie all’alibi del rigore con cui si 
tagliano salari, pensioni, scuola e sanità.
Salvare l’euro? Sarebbe una sciagura, dice Barnard: c’è solo da sperare che la moneta europea, 
comune ma non pubblica, si decida finalmente a collassare. Nel momento in cui Mario Draghi prova 
a utilizzare tutti i suoi poteri, e cioè l’erogazione pressoché illimitata di credito a favore degli Stati
 traballanti, ecco che finisce sotto attacco. Da una parte la Germania, che beneficia dell’euro per il suo
 export, e dall’altra i critici che, sulla figura del super-banchiere, vogliono vederci chiaro. L’articolo 130 
del trattato costitutivo dell’Unione Europea, ricorda Kenneth Haar per conto della campagna Ceo, 
prescrive che “nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri né la banca centrale 
europea, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle
 istituzioni, organi, uffici o agenzie, da qualsiasi governo di uno Stato membro o da qualsiasi altro 
organismo”.
Anche il settore finanziario privato e i suoi rappresentanti sono tra gli organi che potrebbero
 esercitare un’influenza indebita sulla banca. Di conseguenza, la Bce e il suo presidente hanno 
l’obbligo di mantenere una distanza adeguata da qualsiasi veicolo del settore finanziario. Il “Gruppo 
dei Trenta”, precisa Antonino Checchini sul “Megafono Quotidiano”, non è nient’altro che un 
potentissimo gruppo di pressione dei banchieri del settore pubblico e privato. Tra i suoi membri 
spiccano dirigenti e consulenti di Morgan Stanley, Jp Morgan Chase International e Bnp Paribas. 
Quando il gruppo si presenta al pubblico, di solito è rappresentato da Jacob Frenkel della JP Jakob FrenkelMorgan, 
che agisce come portavoce. Il gruppo ha tutte le caratteristiche di un veicolo 
di lobbying per privati interessi finanziari, pronto a lavorare per far cambiare
 le leggi a proprio vantaggio.
«Solo un altro banchiere – scrive Checchini – può fingere di non vedere che la 
mission del gruppo è quella di influenzare il dibattito sulla regolamentazione
 del settore finanziario in tutto il mondo». Il “Group of 30”, ricorda lo stesso
 Kenneth Haar, è stato attivissimo in occasione di “Basilea II”, l’accordo strategico
 del 2004 sui requisiti minimi di capitale, in seguito accusato di molte delle calamità nel crisi finanziaria
 nel 2008. Haar punta l’indice sulla «natura opaca» delle attività dei suoi membri, anche se non c’è
 modo di conoscere nei dettagli l’eventuale ruolo di Mario Draghi, dato che i summit del 
super-clan sono riservatissimi e inaccessibili al pubblico. Il 27 giugno 2012 il Ceo ha presentato una
 denuncia formale presso il “mediatore europeo”: l’appartenenza di Draghi al Gruppo dei Trenta 
sarebbe in contrasto con le regole della Bce in materia di etica. Che Draghi faccia parte del club non
 è certo un mistero. Ma i media si guardano bene dal ricordarlo, quando parlano del presidente della
 Bce come possibile “salvatore dell’euro”.

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