DALLE PAROLE AI FATTI
Leggo spesso la “colonna” di Marco Travaglio
sulla prima pagina del Fatto e seguo le pe sue performance. Una
esposizione chiara, esplicita e
documentata, come pochi giornalisti e osservatori, oggi, sono in grado di
formulare e produrre - un esercizio di onestà intellettuale, congiunta a una
speciale consapevolezza della realtà e a una passione viscerale per la verità. Un’intelligenza “ante
litteram”, che esprime il meglio di se, perché supportata da un impegno
costante e da una volontà ferrea, evocativa di un sentimento di giustizia,
profondo e ineludibile - scevro di attenuanti, pregiudizi, personalismi,
ideologie e interessi particolari di sorta, dove Travaglio, nella maniera più
esaustiva e concreta, esprime il valore assoluto della dignità umana.
Un’eccezionale coraggio e senso di
abnegazione che, prego Dio, Marco, conservi, coltivi ed espliciti, ancora per
lungo tempo. Una figura eccezionale, di grande spessore umano e sociale che,
come un faro, fra le fitte nebbie dell’omologazione e servilismo imperante,
illumina la caverna della stupidità umana, restituendo alla verità e alla
logica, i loro autentici elementi caratteriali.
Questo è Marco Travaglio! Un Signore al quale
mi accomuna il più sincero, dovuto e più totale disprezzo per una classe
politica analfabeta e cialtrona, criminale e criminogena, serva e padrona, che
ha trasformato la sacralità del nostro parlamento in un mercato della dignità
altrui. Una roccaforte del malaffare, dove si organizzano oscure trame,
complotti, dossier e si smistano pizzini. Una cricca di mentecatti, un comitato
d’affari, società a delinquere che non trovano riscontro nella storia
repubblicana di questo paese.
Lo stesso fascismo, al confronto, passa in
secondo piano, in ragione di particolari circostanze e attenuanti addotte e
motivate dal particolare momento storico che, in maniera trasversale, aveva
marchiato a fuoco tutta l’Europa.
Oggi, la società italiana è così marcia e
corrotta in ogni sua cellula che, se per assurdo, si riuscisse ad imporre
regole ferree e pene certe, lo stesso sistema economico finanziario
imploderebbe in breve tempo, e il nostro paese affonderebbe definitivamente.
Il profilo inequivocabile e inopinabile che
ho tracciato all’inizio del mio articolo di Marco Travaglio (e che, volutamente
e a ragione, ho sottolineato come esempio di integrità morale, senso dello
stato e di ragionevolezza), si pone a paradigma di una lotta verbale che,
nonostante gli sforzi, l’evidenza dei dati, l’enfasi e la sistematicità, non è
stata in grado di scalfire (neppure per un momento) le pareti incancrenite di
una coscienza in avanzato stato do necrosi, di questi personaggi da suburra,
incollati alla poltrona, come patelle allo scoglio. Aspettarci, dunque, da un
branco di mercenari della politica un ben che minimo ravvedimento, pentimento,
sussulto di orgoglio o una prova di dignità e di coraggio, è una grossolana e
puerile ingenuità. Marco Travaglio che fa il suo lavoro (fra i pochi) con
grande senso di responsabilità, intelligenza ed etica deontologica, credo
condivida in buona parte una tale analisi.
I crimini perpetrati (scoperti e da scoprire) sono tali e
tanti, sistematici e continui, che l’infinito numero di accorate denunce e
inviti alle dimissioni, rischiano per sdoganarli come retorici e anacronistici,
vanificando ogni opera e progetto di sensibilizzazione. Il “ME NE FREGO”,
slogan di punta, coniato sotto il fascismo da Gabriele D’Annunzio, sembra sia
stato rispolverato e praticato, dalla compagine “delle libertà irrise”, nel suo
più deprecabile significato etimologico.
I fatti, del resto, confermano ogni giorno di
più la mia convinzione e, drammaticamente, sanciscono la natura di questa
formazione politica (PDL) dall’inquietante indole servile ed escrementizia,
degna del peggiore regime populista, che ha anteposto ai diritti della comunità
e al benessere del paese, una perversa logica di potere, costringendolo dentro
l’alveo di una deriva etica e morale, economica e sociale, culturale e
ambientale – unica, per livello di infamia, nella storia di questo paese.
Per tanto, qualsiasi formazione politica,
dalla più variegata alla più eterogenea, che succederà al governo dei
professori, dovrà fare i conti con un dissesto finanziario senza precedenti e
una impopolarità ai massimi storici.
Ergo, dobbiamo passare dalle parole
all’azione. E se, oggi, non aiutiamo il Sistema a morire, in una
sorta di benevola e cristiana eutanasia, ma passivamente prolunghiamo la sua
agonia (e quindi la nostra) fino al suo naturale e ineluttabile spegnimento,
avremo perso un’ulteriore e ultima occasione di pacificare le nostre coscienze,
dare un senso alla nostra esistenza e un futuro ai nostri figli.
Gianni Tirelli
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