mercoledì 7 dicembre 2011

IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE


IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE

“Gli individui omologati di quest’epoca, si appellano alla soggettività, come attenuante ad uno stato di incapacità e impossibilità di formulare un personale giudizio critico attendibile sulla base della loro conoscenza”

L’arrivo di Tony - Milano, 27 Febbraio 1982 ore 16:30
                        
Suonarono alla porta e mi precipitai ad aprire. Finalmente era arrivato Tony che nella mano destra stringeva per il collo una bottiglia di vino rosso.
L’abbracciai affettuosamente dopo tanto tempo e ci accomodammo in cucina, uno di fronte all’altro. Io del resto stavo già sorseggiando un buon bicchiere del mio vino nuovo, che gli versai dentro una capiente coppa di cristallo adatta per la speciale occasione.
Brindammo senza dire nulla, svuotando completamente le due coppe. Una fragorosa risata di entrambi, ruppe quel religioso silenzio e, dopo alcuni scambi di battute, Tony spostò il discorso sulla sua bottiglia, decantandone la bontà e le caratteristiche del suo contenuto.
Così versò il vino nelle due coppe e attenendoci alla prassi di chi se ne intende, infilammo il naso ben oltre il bordo del cristallo per carpirne e percepirne il profumo, l’abboccato e un ipotetico retrogusto – In seguito, dopo averlo fatto ruotate lentamente in senso antiorario, ritornammo ad odorarlo.
Per un attimo ci guardammo con occhi eccitati e quindi brindammo: ”Alla salute Tony! Alla tua Gianni! Alla nostra.. alla nostra!!”
Ne assaporai un piccolo sorso, e non proferii parola. Quel vino non mi piaceva e lui lo capì!

Ne nacque una vivace discussione che, dopo un po’, degenerò in un vero e proprio litigio.
Eravamo (e ancora oggi lo siamo) due buoni amici, ma quel pomeriggio in quella cucina, davanti alla bottiglia del suo vino rosso del cazzo, non sopportai il modo con il quale diede un taglio al nostro contrasto e alla sua incapacità di dare risposte plausibili alle mie affermazioni e conclusioni.
Così, con un tono imperativo che non dava spazio ad altri commenti, affermò: “Tutto è relativo”.
Irritato, non risposi! Agguantai il cappotto e me ne uscii sbattendo la porta.

Vagai per la città di Milano camminando per ore con in testa quella stupida, sciocca conclusione: ”Tutto è relativo!!!”. Ero triste, avvilito e mi sentivo incompreso. Dubitavo dell’autenticità della sua amicizia. Come, tutto è relativo? Il mio vino era il risultato della spremitura tradizionale di una nobile qualità di uva, esente da trattamenti antiparassitari, prodotta da un vitigno autoctono della Sicilia orientale, mentre il suo, non altro che un diabolico intruglio industriale pagato a caro prezzo.

Quella sua affermazione mi portò a pensare e a meditare, su quell’uso ormai generalizzato di ricondurre tutto ad un giudizio personale, soggettivo. Un modo facile di risolvere le questioni, eludendo conoscenza, analisi ed esimendosi da ogni autentico parametro di riferimento comparativo e sforzo mentale.
Da quel momento, compresi, in anticipo sui tempi, le conseguenze nefaste che, il vezzo e lo strattagemma di relativizzare la verità (oggi molto diffuso e adottato a pratica relazionale) per mero opportunismo, avrebbe avuto sulle future generazioni, sulla loro capacità di discernimento e di scelta  non che sull’ambiente tutto.

Gli individui omologati di quest’epoca, si appellano alla soggettività, come attenuante ad uno stato di incapacità e impossibilità di formulare un personale giudizio critico attendibile sulla base della loro conoscenza, non disponendo di quei punti di riferimento inossidabili che, un tempo decretavano le ragioni della vita stessa e che, oggi, sono venuti a mancare, scalzati dalla logica di quel consumismo imperante che ha codificato, a suo vantaggio, ogni azione umana e pensiero.
In parole povere, è venuto meno quell’impianto etico che, da sempre, regolava e armonizzava l’intricato e sofisticato sistema di relazioni e interazioni del singolo con gli altri soggetti.
Questo misterioso processo, era capace di rendere fluide le risposte ai nostri perché e trasparenti le verità, declinando poi al libero arbitrio, l’onere della responsabilità della scelta.

Ed è proprio questo e niente altro il nocciolo della questione, che poi ha caratterizzato le società liberiste e il loro inevitabile e imminente tracollo! Un non luogo che ci ha privato di ogni personalismo e slancio rivoluzionario, causa di una condizione di subalternità che ci ha costretti ad attenerci ad un libretto di istruzioni che il Sistema Potere ci ha dato in dotazione al momento della nostra venuta al mondo.
Noi crediamo/immaginiamo di sapere, di conoscere ma, nei fatti, siamo avvolti da un’ignoranza cosmica, unica nella storia dell’umanità. Il nostro, non è che arido e inconcludente apprendimento e l’immagine raccapricciante della realtà che ci sovrasta, ne è la prova del nove.
La vita non regala niente a nessuno (ed è un dogma) ma, ogni cosa, ogni gesto, ogni fine, sono il frutto di una volontà trascendente e intraprendenza, senza la quale, ogni verità ci è preclusa e negata.
Del resto, come potremo mai individuare e scorgere la verità in un mondo in balia della menzogna e di una sistematica mistificazione mediatica della realtà? 

Asserire che la conoscenza rende liberi, è spicciola demagogia, vana speranza e illusione. Tutto quel baraccone di nozioni, concetti relativi e notizie che prendiamo qua e la, attingendo al grande mare della Rete e dai Media tradizionali, non sono che “aria fritta” senza un nostro diretto e convinto intervento sulle questioni che, nel principio di causa/effetto intervengono poi sulla nostra persona fisica e sfera psicologica.
Solo in questo modo possiamo tradurre e trasfigurare ogni pseudo/convinzione, supposta ipotesi, credenza e credulità, in quella necessaria presa di coscienza che è alla base dei nostri comportamenti e scelte di vita!     

Ritornando alla qualità del vino (presa da me a metafora - non solo per rendere più comprensibile la questione a tutti, ma come parametro di conoscenza), è singolare vedere come la stragrande maggioranza degli individui delle società consumiste, nell’arduo esercizio di acquistare una bottiglia fra le mille esposte in bella vista sugli scaffali dei supermercati, non sia in possesso di alcuna reale cognizione, al fine di addivenire ad una scelta oggettiva. Possiamo, inoltre, tranquillamente affermare che oltre il 90% di questi vini è il risultato di una contraffazione sistematica, divenuta pratica quotidiana e che, negli ultimi due decenni, si é attestata a carattere dominante di un’illegalità assurta a diritto e per tanto, non punibile. E’ in base al prezzo, e alle suggestioni indotte dall’etichetta, che ognuno, poi, deciderà quale vino acquistare. E non per altro!
Oggi, un tale atteggiamento (di chiaro stampo relativista), lo possiamo applicare a qualsiasi cosa, che siano beni materiali, stati emotivi e comportamentali o sentimenti.
Cosi, con la stessa alchimia, la gente si fidanza, convive e si sposa – e poi si lascia, si separa e divorzia. In verità, nessuno conosce veramente le motivazioni che hanno concorso all’unione, ne tanto meno i motivi del distacco.
Questo per fare capire che, l’uomo moderno, generato del liberismo selvaggio, è totalmente privo degli inossidabili punti di riferimento del passato; di quei valori e principi etici, indispensabili al fine di comprendere e definire la qualità di un vino e la profondità di un sentimento.

Siamo infine paralizzati dai problemi più stupidi perché non ne conosciamo le stupide soluzioni; siano essi problemi pratici o psicologici. Questo ci costringe ad essere dipendenti da terzi, rinunciando a quell’autonomia che é presupposto di libertà e felicità. La capacità di sapere risolvere tali incombenze, produce autostima e ci libera dal dubbio e dalla paura, per produrre certezze e quindi, consapevolezza e felicità. Il sempre più ricorrente e gettonato leit motive, “tutto è relativo”, non è che il riassunto delle infinite attenuanti che adduciamo alla nostra incapacità di agire in modo pragmatico, e a un’inettitudine fisica e morale dentro la quale, in maniera infantile, ci rifugiamo.
La consapevolezza dei nostri reali bisogni e la competenza nel trovare le giuste soluzioni ai nostri problemi, è quel meccanismo che ci rende uomini a tutti gli effetti, in grado di mantenere gli impegni presi, sia con gli altri che con noi stessi. Relativizzare la verità, è una pratica che porta all’autodistruzione e ci confina in un limbo gelatinoso di paranoia, frustrazione e solitudine.

Per tanto, prima di pensare, dobbiamo agire essendo, la pratica e la volontà, i soli strumenti idonei (benché consunti) per affinare il pensiero positivo. Tutto il resto, si traduce in inconcludente introspezione, disagio psichico, rancore e infelicità.
Il nocciolo della questione dunque, va ascritto a una deficienza di fondo di natura cognitiva, culturale, esistenziale e psicologica che ci ha sottratto quella capacità primordiale di esprimere un giudizio oggettivo su cose e circostanze, delegando così al Sistema Potere ogni nostra responsabilità individuale e analisi di merito.

Gianni Tirelli

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