Carbosulcis, protesta choc: operaio si taglia un polso
Drammatica azione dimostrativa di un delegato sindacale, durante l’incontro con i giornalisti nel cuore della miniera. L’uomo è stato ricoverato in ospedale - VIDEO
Sulcis, minatore si taglia un polso Prosegue protesta sotto terra
"Siamo disperati", hanno detto gli operai, uno dei leader della protesta si è ferito
29 agosto, 12:01
Cresce l'esasperazione dei minatori della Carbosulcis, giunti al quarto giorno di occupazione dei pozzi di Nuraxi Figus, a quasi 400 metri di profondità, dove stamani hanno convocato una conferenza stampa davanti alla 'riservetta' in cui è custodito l'esplosivo. "Siamo disperati", hanno detto gli operai e uno dei leader della protesta, Stefano Meletti, della Rsu Uil, particolarmente agitato, si è tagliato un polso gridando: "é questo che dobbiamo fare, ci dobbiamo tagliare?".
Quello di Meletti è stato un gesto fulmineo che ha colto tutti di sorpresa, giornalisti e minatori stessi. Il sindacalista della Rsu è stato subito bloccato dai colleghi che erano attorno a lui: le sue condizioni sono buone, solo ferite superficiali. Ma sono i suoi nervi ad aver ceduto. Di esasperazione ha parlato anche Giancarlo Sau, della Rsu Cgil, spiegando alla stampa il perché della convocazione di cronisti, fotografi e cineoperatori giù nelle viscere della terra. "Siamo pronti a tutto - ha detto indicando col dito la stanza blindata dove sono stivati oltre 690 chili di esplosivo e 1.221 detonatori - E' il momento de 'sa bruvura' (polvere da sparo esplosivo in sardo, ndr)", ha aggiunto senza precisare altro. L'azione di Meletti ha poi fatto precipitare la situazione: dopo comprensibili momenti di caos e tensione, i giornalisti sono stati fatti allontanare e invitati a risalire in ascensore lungo il pozzo per tornare alla luce del sole. I minatori, invece, restano lì a -373 metri.
Intanto viaggiano parallele le due grandi vertenze che tengono con il fiato sospeso migliaia di lavoratori del polo industriale del Sulcis che rischia il de profundis. Alcoa e Carbosulcis sono l'emblema di una protesta estrema per il lavoro che in questi giorni in Sardegna ha raggiunto il suo apice. Prima con i blocchi all'aeroporto e al porto di Cagliari e i tuffi in mare disperati degli operai dell'Alcoa di Portovesme, poi con la clamorosa occupazione della miniera di Nuraxi Figus, a Gonnesa, dei lavoratori della Carbosulcis, da domenica asserragliati a quasi 400 metri di profondità. E da quei pozzi bui e maleodoranti annunciano che la protesta sarà a oltranza fino a quando il governo non darà il via libera al progetto di rilancio della miniera. Per loro sta per cominciare la terza notte nelle viscere della terra. "La nostra battaglia non ha un colore politico ma il colore del pane - dicono i minatori - Non ci possiamo arrendere".
Laggiù a far compagnia al più nutrito gruppo di colleghi uomini ci sono anche quattro donne: Valentina, Giuliana, Valeria e Alice, tutte 'figlie d'arté, con generazioni di minatori alle spalle. "Sono il segno che noi teniamo alla famiglia come valore fondamentale - sottolineano i compagni di lotta - Ci ricordano i vincoli e gli obblighi di un padre di famiglia, il lavoro, il pane". Il destino di questi uomini e donne, duri e fieri, si giocherà venerdì prossimo a Roma. Al ministero dello Sviluppo economico approda infatti il pacchetto complessivo della vertenza Sulcis: Alcoa, Eurallumina, Carbosulcis. E massiccia sarà la presenza nella capitale di lavoratori e amministratori locali sardi. Dovrebbero partire giovedì in nave e puntano a marciare a piedi da Civitavecchia a Roma per un sit-in davanti al Mise.
Il Piano per lo sviluppo del Sulcis, proposto da Regione e Provincia e ora all'esame delle strutture tecniche del ministero, "é una buona base di partenza", fanno sapere dal Mise che si dice pronto a "perseguire l'attuazione di strategie e investimenti finalizzati a riconvertire le produzioni esistenti, ove sia possibile farlo, e a favorire la creazione in tempi adeguati di iniziative durature di sviluppo sostenibile". Ma di parole e di impegni, anche scritti, i lavoratori ne hanno sentiti troppi in questi mesi. "Ora vogliamo i fatti, il tempo è scaduto e le fabbriche stanno per chiudere", hanno ribadito oggi gli operai dell'Alcoa protagonisti di una nuova protesta che ha bloccato per alcune ore la zona attorno al palazzo del Consiglio regionale - 'sconfinando' sino alla stazione ferroviaria per una occupazione lampo dei binari - in occasione del dibattito in Aula sulla vertenza. Cruciale per la crisi del Sulcis la questione energetica.
L'Enel è nel mirino dei lavoratori, ma anche di alcuni parlamentari, per la sua politica tariffaria che, dicono i detrattori, strozza le aziende energivore della Sardegna. Ma anche per le sue scelte strategiche che escluderebbero l'Isola dai prossimi piani di investimento, compreso il progetto integrato della Carbosulcis miniera-carbone-centrale elettrica che prevede la produzione di energia 'pulita' con lo stoccaggio dell'anidride carbonica nel sottosuolo. L'Enel respinge ogni accusa e replica: "stiamo onorando il contratto per acquisire il carbone dalle miniere del Sulcis". Quanto al progetto integrato, viene definito a "elevata complessità tecnica" per il quale c'é bisogno di "un significativo contributo politico".
Martedì 28 Agosto 2012 18:38
Alla cortese attenzione degli organi di stampa,
OGGETTO
A Cagliari, l'inarrestabile ballo del mattone
IL CASO DELLE VILLETTE DI MONTE CLARO
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Il cemento selvaggio, uno dei simboli dell'Italia repubblicana, è stato ed è ancora uno dei gioghi che la Sardigna e i Sardi subiscono a causa di politiche urbanistiche dettate dalla colonizzazione. Non a caso proprio intorno al cemento si è costruito un vero e proprio business di cui l'Italia è uno principali produttori e consumatori in Europa. Proprio la politica del mattone oggi contribuisce ancora una volta a ingrigire Cagliari, la “città bianca” celebrata da Sergio Atzeni.
Nella prima città della Sardigna infatti, mattone e cemento non si sono fermati nemmeno davanti alla crisi. In un centro urbano in cui primeggiano i cartelli “vendesi” e “affittasi” s'investe ancora sull'edilizia, magari con la vecchiae logora argomentazione che l’edilizia crea posti di lavoro e che rappresenta una parte importante del PIL.
Invece di elaborare politiche di stop al consumo del suolo e di valorizzazione delle volumetrie esistenti i colonialisti, che da sempre governano la nostra terra, decidono di fare soldi facili accontentando costruttori e impresari che poi, puntualmente, finanzieranno le prossime campagne elettorali. Così sorgeranno a Cagliari “le ville di Monte Claro”. Ma di cosa stiamo parlando? Parliamo delle 60 abitazioni unifamiliari che occuperanno l'area di destra e di sinistra nella parta bassa di uno dei più noti polmoni verdi cagliaritani, il Parco provinciale di Monte Claro, zona via dei Valenzani. Il progetto non prevede solo abitazioni unifamiliari, ma anche una schiera di ville edificate intorno ad un parco giardino in forma circolare. A sinistra di via dei Valenzani sorgerà anche una macroarea destinata a servizi e una zona residenziale composta da abitazioni multipiano. Il tutto affiancato da parcheggi e da un parco verde fruibile dai residenti. "Qui potrete godere lussi che sembravano impossibili: il vostro giardino privato e, se volete, persino la piscina, ai piedi della meravigliosa zona verde di Monte Claro". È quanto si legge nel sito del progetto (http://www.villemonteclaro.it/natura-e-privacy-in-un-quartiere-ecocompatibile.php) ideato dalla cooperativa Cento di Monserrato, la stessa società che nel suo curriculum vitae annovera anche la costruzione della Residenza del Sole di Capoterra. Con la mission “costruire per valorizzare” un progetto di speculazione edilizia viene spacciato per abbellimento della città di Cagliari. Risale al mese di giugno 2011, infatti, la Convenzione tra il Comune di Cagliari e gli altri lottizzanti. Nel mese di agosto dello stesso anno la cooperativa ha ritirato la concessione edilizia.
Il mattone ha rubato e ruba ai Sardi enormi porzioni di terreno agricolo, verde cittadino, fiumi e spiagge per far sempre più spazio a quartieri dormitorio, capannoni, opere inutili, discariche, ville per turiste abitate solo poche settimane all’anno, ecc...
È un progetto di consumo vorace del territorio di cui sono responsabili i partiti italiani, i loro alleati e i costruttori senza scrupoli. Un incubo senza fine che la sinistra indipendentista denuncia e combatte da sempre.
Oggi ci troviamo ad un bivio: continuare nell’edilizia che consuma il suolo oppure puntare sull’edilizia che pone in sicurezza, recupera e ricostruisce i tessuti urbani già esistenti. Tuttavia, l'ingordigia del cemento professata da pochi e la mancanza di progetti fruibili a tutti dimostrano a chiare lettere l'incapacità di Comune e Provincia di mettersi al servizio del cittadino valorizzando la cosa pubblica e lasciando Cagliari e i suoi abitanti, per l'ennesima volta, alla mercé di costruttori e progettisti senza scrupoli.
A Manca pro s'Indipendentzia rimarca ai cagliaritani e a tutto il popolo sardo che non c'è tempo da perdere. L'abominevole “spettacolo” della cementificazione deve essere frenato in tempi rapidi, brevi e certi. È necessario camminare insieme verso un reale percorso di valorizzazione del territorio. Cambiamo le regole e mandiamo a casa gli speculatori e i colonialisti, anche quelli travestiti da progressisti e sardisti!
A Manca pro s’Indipendentzia



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